E’ morto Paolo Villaggio (stavolta per davvero)

Il 2017 ci sottrae ancora una volta un pezzo di storia e di cultura, questa volta è andato via (per davvero) Paolo Villaggio. Dopo anni di bufale sulla sua dipartita (una all’anno) oggi è successo veramente.

Ma i grandi personaggi, si sa, non muoiono mai per davvero, come pezzi di DNA che i genitori trasmettono ai propri figli, i grandi personaggi ci lasciano pezzi del loro vissuto, del loro estro, del loro genio e della loro visione del mondo. Perché no, anche del loro coraggio.

Già. Nell’Ateneo in cui studiavo insegnava anche Piero Villaggio, fratello di Paolo – scomparso il 4 gennaio 2014 – professore emerito di Scienza delle costruzioni all’Università di Pisa e Accademico dei Lincei, che non ha mai digerito la scelta del fratello di intraprendere la carriera cinematografica, soprattutto in veste di personaggio povero e meschino, tanto da interrompere i rapporti col fratello (così si diceva) e tanto che, secondo una leggenda universitaria, uno studente di Scienze delle costruzioni, interrogato dal prof. Villaggio, dopo aver risposto a tutte le domande e dopo un esame sudatissimo, ricevette un misero 18 e si permise di esclamare – col tono fantozziano – un “com’è umano lei…”. Si racconta che il simpatico studente perse anche il 18 e non passò più l’esame, almeno finché il prof. Villaggio sarebbe rimasto in cattedra.

Il coraggio di Paolo è stato anche questo: rinunciare a carriere socialmente più “alte” per intraprendere quella cinematografica, inventandosi via via personaggi specchio della società del tempo e ancora attualissimi, in particolare Fracchia e Fantozzi.

Va riconosciuta la genialità di Villaggio nell’inventare un personaggio figlio dell’italiano medio e della bassa borghesia, un personaggio sfortunato, imbranato e maldestro, succube dei prepotenti e umile fino allo sfinimento, ma capace – ogni tanto – di eroici gesti di coraggio.

Uno che cerca di essere furbo, ma che poi viene tradito dalla troppa onestà.

Seguendo il più banale ed efficace dei clichet, Fantozzi è sposato con una donna “sciatta” che non lo soddisfa (ma che in fondo ama), con una figlia più simile a una scimmia che a una ragazzina (che lo fa spaventare ogni volta) e alle prese con mille problemi e mille umiliazioni, ma la partita di calcio è una delle poche valvole di sfogo di giornate umilianti e non si può rinunciare.

Fantozzi, quindi, è l’emblema dell’italiano medio, piccolo borghese, umile, tragicomico, sempre alle prese con furbi, superiori, colleghi, ma anche guai e piccole sfighe del destino che lo tartassano e lo umiliano, mentre lui – pavido e sornione – non si oppone alle avversità né cerca di contrastarle, ma tra le pieghe di sfighe quotidiane, cerca di tanto in tanto di emergere e di ottenere – tra furbizia e vaga illusione – qualche piccola concessione, come la mano della signorina Silvani, collega amata dal ragioniere ma spesso restia alle sue avance. Spesso. A volte, però, il ragioniere prende le sue soddisfazioni.

La penna di Villaggio

Il personaggio Fantozzi nacque dalla penna di Villaggio tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta. Fu subito fortuna, vendette subito più di un milione di copie, perché gli italiani un po’ si identificavano nel personaggio di Fantozzi e un po’ (soprattutto) si sentivano superiori e quindi lo presero subito in simpatia. Già, perché il genio di Villaggio sta soprattutto in questo: aver creato un personaggio tipico italiano, ma più in tutto: più sfigato, con la moglie più sciatta, la figlia più brutta, la macchina più scassata, i colleghi più furbi e i capi più perfidi. E’ questo più che ha reso subito popolare il personaggio e lo ha reso più sfigato dell’italiano medio, il quale nel confronto ne esce vincitore e superiore e può dire che la sua vita è più meglio assai di quella di Fantozzi.

Le lucide analisi di Villaggio

Per anni Paolo Villaggio è stato considerato come un mediocre artefice di film mediocri, tipici del cinema italiano di serie B, perché nazional-popolari e composti da stupide gag e semplici trame. Poi, per fortuna, questa visione semplicistica dei film fantozziani è stata superata e si è capito che la sua è, in fondo, una cinematografia grottescamente colta e una sintesi lucida della realtà italiana del tempo, non molto dissimile da quella odierna.

E lucide sono anche le analisi di Villaggio sullo stato del cinema in Italia e nel mondo.

Caro Paolo, ti lascio con la speranza che ora starai giocando e scherzando con l’amico De Andrè e che finalmente dirai in faccia a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn che la corazzata Potëmkin è davvero una cagata pazzesca!

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