Maledette badanti rumene

Bene. Fermatevi al titolo e datemi del razzista, anche perché non sono l’italiano medio che si nasconde dietro a un dito, dicendo non sono razzista, ma…

No, mi rendo conto di esserlo, anzi, di esserlo diventato. Se dopo aver letto l’articolo qualcuno penserà che lo sono, bene. Altrimenti non mi curo dei giudizi di chi non ha la giusta empatia per capire come una persona del tutto normale inizi a maturare l’odio verso determinate persone che, putacaso, appartengono alla stessa nazione. Si, qualcuno dirà che hanno fatto lo stesso con noi Italiani, ci hanno bollati e marchiati a causa di qualche mela marcia. Ma siamo davvero sicuri che le mele marce siano davvero poche? Siamo sicuri che la stessa merda che noi abbiamo esportato per decenni all’estero non sia commisurata alla merda che i paesi dell’Est e altri paesi esportano da noi?

Lasciate che vi racconti una storia.

C’era una volta una vecchia e cara nonnina, di nome Antonietta, vedova ormai da tanti anni. La cara Antonietta aveva 4 figli, due maschi e due femmine, ma ad un certo punto della sua vita – ormai da anziana e piena di acciacchi – aveva bisogno di un po’ più di assistenza rispetto a prima. Già, perché l’età era quella che era e anche il fare le piccole faccende quotidiane le pesava assai. Quindi chiese aiuto ai suoi figli. Uno le disse che il lavoro gli portava via tutto il tempo e che non poteva badare a lei, l’altro era emigrato da tempo all’estero e quindi non si contava. Ma c’erano ancora le due figlie. Quando Antonietta chiese loro di assisterla, iniziarono a farlo, organizzandosi una settimana ciascuno. Il compito, in fondo, non era difficile, bisognava portarle da mangiare tutti i giorni (lei non era in grado di cucinare), portarla a casa la domenica (per il consueto pranzo domenicale), portarla a messa il pomeriggio e fare in modo che stesse bene, quindi darle le medicine, chiamare il dottore all’abbisogna, farle la spesa…insomma, le cose indispensabili per accudirla.

La vecchia nonnina, però, sentiva la differenza di trattamento tra le due sorelle: l’una, Franca, era indifferente, scostante e faceva le cose con fastidio e sufficienza. Inoltre suo marito mal tollerava la presenza (ogni due domeniche) della suocera in casa e spesso discutevano perché lui, in fondo, la detestava e non la voleva vedere. L’altra sorella, Maria, invece, era premurosa e felice di accudire la sua mamma, un po’ per dovere di figlia, un po’ perché le voleva così tanto bene da non sentire il peso di quella quotidianità fatta di oneri e fastidi. Perché, in fondo, non viveva il suo compito come un fastidio, ma come la giusta ricompensa nei confronti di una mamma che aveva speso la vita per i suoi figli e che li aveva tirati su con enormi sacrifici. Quindi pensava che fosse giusto ricambiare, sacrificando parte delle sue giornate accudendo la mamma.

E lei, Antonietta, capiva benissimo la differenza di trattamento tra le due sorelle, tanto che spesso diceva a Maria: “figlia mia, prendimi tu, accudiscimi tu tutti i giorni e io la mia pensione nemmeno la voglio vedere, la lascio tutta a te”. Ma Maria le rispondeva ogni volta: “io sono tua figlia così come lo è Franca, abbiamo deciso insieme di accudirti a turno e devi accettarlo, per il bene che vuoi ad entrambe”. Insomma, i mesi passavano e, tra alti e bassi, sembrava che il sistema dei turni funzionasse.

Poi la svolta.

Una sera Franca e suo marito andarono a casa di Maria. Senza mezzi termini le dissero che loro non potevano più tollerare la mamma e che volevano sbarazzarsene. Le dissero che l’avrebbero chiusa in un centro per anziani. E chi s’è visto s’è visto.

Maria, ovviamente, da buona figlia, al solo pensiero di vedere la mamma chiusa in un ricovero per anziani ne soffriva. Ma non poteva certo prendersi carico di accudirla tutti i giorni! Del resto anche lei aveva una vita, un marito e dei figli da accudire. Non seppe prendere una decisione, anche perché non riusciva a capire perché sua sorella volesse scaricare la povera madre. Del resto il sistema dei turni funzionava e garantiva loro un carico di lavoro minore, un carico che le sue povere spalle non potevano reggere da sole.

Poi un giorno una vicina di casa (la classica pettegola di paese) le raccontò che la sorella Franca aveva tramato con il medico curante della nonnina un piano per liberarsene: le avrebbero dato degli psicofarmaci molto potenti per rimbambirla e convincere la figlia Maria a chiuderla in un centro per anziani perché solo lì – secondo loro – l’avrebbero seguita e curata. Le ricette erano pronte, anche grazie alla connivenza del Centro di Igiene Mentale locale.

Quando Maria seppe la notizia non ci vide più. Chiamò la sorella e le disse che l’avrebbe accudita lei, di non preoccuparsi più della madre. Poi scappò all’ASL locale e cambiò medico curante della mamma. Avrebbe voluto denunciare sorella e medico. Ma in un piccolo paese di provincia quale carabiniere avrebbe mai creduto a lei e non piuttosto a uno stimato medico? Lasciò perdere. Del resto a lei interessava solo la salute della madre.

E così per anni lei si prese carico di tutto. Ogni santo giorno, che piovesse, splendesse il sole tirasse vento di burrasca o nevicasse, andava a trovare la sua mamma, più volte al giorno. Andava di mattina per accertarsi che prendesse le medicine, a pranzo per portarle da mangiare, il pomeriggio la portava in chiesa e la sera, prima di farla coricare, le teneva compagnia. Non c’erano febbre o intemperie che tenessero. Il benessere della mamma veniva prima della sua salute.

In quegli anni la povera Antonietta dovette subire ben due interventi. Il primo per la rimozione dell’utero, mentre il secondo fu un delicatissimo intervento allo stomaco. Entrambi andarono bene, ma per la povera Maria fu un trauma, tra ricette, ospedale, medici, analisi, riabilitazione…solo per sollevarla e lavare l’anziana madre dovette far ricorso a tutta la forza che aveva sulle spalle. Spalle che, però, a lungo andare, cedettero.

E fu così che la povera Maria iniziò a sentire dolore. Il verdetto dei medici fu impietoso: tra osteoporosi, scoliosi e vertebre schiacciate i medici le dissero, senza mezzi termini, che sarebbe finita sulla sedia a rotelle. La povera Maria, già preda di altri problemi di salute, dovette limitare di molto la sua forza. Non poteva badare alla casa, figurarsi se poteva più aiutare la povera mamma che – tra l’altro – era ormai così anziana e abituata alla compagnia da non riuscire più a vivere da sola.

Pensa che ti ripensa, l’unica soluzione fattibile fu quella di assumere una badante. Maria non aveva alcuna intenzione di abbandonare la madre e lasciarla in mano a una badante, ma purtroppo quella era l’unica soluzione. Grazie ad alcune conoscenze trovò in tempi rapidi una badante polacca. Da quel momento il suo impegno – compatibilmente con i problemi di salute – fu doppio. Chiamava la mamma anche 10 volte al giorno e andava da lei almeno una volta al giorno, per sincerarsi delle sue condizioni.

Inutile dire che la badante, sin dal primo giorno, chiese l’impossibile. Voleva qualsiasi cosa e Maria, pur di contentarla, le comprava di tutto. La spesa – ormai quotidiana – era esclusa dal salario. La badante voleva 900,00 euro più tutti i confort. E Maria non stava a guardare il capello, pur di essere sicura che tenesse bene la mamma.

Poi un giorno la badante chiese di più. Erano passati ormai diversi mesi e lei disse che 900 euro erano pochi. Ne voleva 1.100,00, più i contributi. Onestamente a Maria parvero troppi. Iniziò a discuterne con lei e la reazione della badante fu quella di prendere un coltello dalla cucina e far finta di tagliarsi i polsi. Maria chiamò subito il 118 e gli operatori, dopo essere intervenuti, le suggerirono di cacciarla via. Una persona che si taglia i polsi per motivi di denaro non è sicuramente una persona psicologicamente stabile.

Nonna Antonietta, assistendo a queste scene, sopportava in silenzio.

Un giorno un fratello di Nonna Antonietta, sapendo che era rimasta senza badante, andò a farle visita e le disse che lui conosceva una donna che le avrebbe fatto da badante. Era rumena, una brava persona, e chiedeva solo 600,00 euro. Nonna Antonietta e Maria dissero di si. Il giorno dopo si presentò da loro una vamp, con sigaretta in bocca, calze a rete e un fare da puttanona. Tempo 15 giorni, venne cacciata via, sia perché fumava in casa, davanti alla nonnina, sia perché beveva come una spugna.

Nonna Antonietta, assistendo a queste scene, sopportava in silenzio.

Poi fu la volta di un’altra rumena, questa volta un po’ più sobria. Appena entrata in casa stilò una lista della spesa che pareva una lista elettorale. Lunga quanto l’A1 e piena di roba che al supermercato ogni volta chiedevano a Maria se gestisse un albergo. Lei rispondeva sempre che tutta quella roba era per la badante. Scuotendo il capo il cassiere batteva e lo scontrino, impietoso, non usciva mai meno di 200 euro a settimana. Questo era – in media – il costo di mantenimento di una badante.

Già, perché tutte le badanti che ha avuto Nonna Antonietta avevano una cosa in comune: fumavano (chi le fumava in faccia, chi invece aveva la decenza di uscire fuori in giardino), bevevano (chi si ubriacava anche alle 10.00 di mattina e chi invece bevicchiava vodka solo la sera) e consumavano tanto cibo e prodotti non alimentari quanto un hummer consuma benzina. Oltre a maltrattarla, chiaramente. Perché la più buona la sgridava, mentre in media tutte quante le hanno lasciato lividi, ammaccature e segni che rappresentavano il giusto motivo per essere cacciate.

Nonna Antonietta, assistendo a queste scene, sopportava in silenzio.

Lo ripeto, perché Nonna Antonietta aveva una virtù, o forse un problema: non diceva nulla. Non so se lo facesse per non impensierire Maria o solo perché non voleva dare fastidio, fatto sta che non raccontava mai nulla. Solo quando Maria si accorgeva dei segni e dei vizi delle badanti, le cacciava via. Ma Nonna Antonietta era muta. Per paura? Per non dar fastidio? Maria non lo sapeva e ormai non lo saprà mai.

Poi venne la badante che parlava con i quadri. Già, perché Maria si accorse che guardava i quadri in casa e ci parlava da sola. Spesso si alzava di notte e parlava da sola, lungo le stanze buie, svegliando di soprassalto la povera nonnina Antonietta, la quale già faticava a prendere sonno, figurarsi come doveva agitarsi nel sentire un’estranea, in casa, che parla da sola alle 3 di notte! Ovviamente fu cacciata via. Poi venne la badante che pretendeva le fragole a dicembre. Eravamo sotto Natale e lei – in preda al panico – chiedeva le fragole. A nulla valse l’ovvia considerazione – detta in modo tranquillo e amichevole – per cui le fragole a dicembre è un’anticchia difficile trovarle, lei le voleva, le pretendeva, come pretendeva di trovare sul tavolo il pane caldo ogni mattina. Per qualche settimana Maria si premurò di farglielo trovare, ma poi quando scoprì che la viziosa aveva il vizio di gradire la compagnia maschile e di portare in casa di Nonna Antonietta – di notte – un amante, un distinto titolare di una gioielleria locale (sposato e con figli), la cacciò via. Il pane caldo e le fragole erano un’esagerazione, ma portarsi in casa gente estranea, mentre mamma Antonietta dormiva, era troppo.

Peccato che quella dopo fu peggio. Non solo si portava uomini in casa, ma rubava anche. E il fatto di rubare era consuetudine comune, perché anche la badante successiva portò via un po’ di roba. Maria sopportava – pur sapendo – perché per lei la salute di mamma era più importante. Anche se le badanti rubavano e chiedevano l’impossibile ogni settimana, l’importante era che tenessero bene mamma.

Nel frattempo la salute di Maria peggiorava. Non solo, più passava il tempo e più aumentavano le pretese delle badanti: dalle 600 euro di un tempo si passò – in un baleno – a 750 euro mensili e – come in una sorta di sindacato invisibile – nessuna badante pretendeva meno di quella cifra. Del resto era impossibile contrattare, perché la domanda era alta e l’offerta era molto parca. A volte era così difficile trovare una badante disponibile che si arrivava persino all’asta: tra famiglie bisognose di badanti si arrivava a chi offriva di più, giungendo pure a offrire 1000 euro al mese più contributi, vitto, alloggio e vizi pur di accaparrarsi la badante migliore. Per non parlare dei funerali. Un povero cristo non può nemmeno piangere un suo congiunto che giungono al suo cospetto orde di vicini e compaesani con richieste urgenti di assumere la badante ormai disoccupata la quale – ovviamente – punta in alto e cerca di ottenere salari sempre più alti, spesse volte in nero, al netto di vitto (caro) e vizi (persino le sigarette pagate, ogni giorno).

Insomma, la povera Maria era ormai alla frutta, tant’è che il medico che la seguiva le disse che senza quell’operazione non avrebbe più camminato. Lei era combattuta, perché il medico le disse che avrebbe dovuto recarsi in un’altra città, a parecchi km di distanza, per fare quell’operazione, perché nella sua zona non c’erano le strutture idonee. Ma la rassicurò dicendole che dopo una decina di giorni dall’operazione sarebbe tornata una giovincella.

Peccato che non fu così. Ma ci torneremo tra poco.

Maria tergiversava. Sapeva che quell’operazione per lei era indispensabile, ma non si fidava delle badanti e non voleva lasciare la mamma sola con loro. Chiamò la sorella la quale, com’era prevedibile, le ripeté la stessa solfa: “io ho la mia vita, alla mamma ci pensi tu. Al massimo andrò a trovarla di tanto in tanto”. Già, in effetti – in tutti quegli anni – Franca andava a trovare la mamma due o tre volte l’anno. Le portava un dolce e – chissà – forse così si sentiva con la coscienza a posto.

Insomma, Franca non voleva saperne e nessun altro parente sembrava interessato ad accudire la mamma. Nel frattempo la nonnina Antonietta aveva cambiato altre badanti. Una se n’era tornata in Romania con una scusa, dopo essersi portata via un po’ di roba, mentre un’altra, assunta tramite agenzia, era andata via perché la casa le sembrava troppo spoglia (e ci credo! Le tue colleghe hanno rubato pure le mattonelle…).

Va fatta una breve parentesi sulle agenzie delle badanti. Già, perché trovare una badante – come detto – è un’impresa colossale. Non si trovano, bisogna affidarsi al passaparola o (come fanno in molti) contattare le agenzie di pompe funebri per assicurarsi quella appena rimasta disoccupata…Ma dato che a Maria questa cosa dava fastidio, ad un certo punto dovette rivolgersi ad un’agenzia. Le si presentò davanti il classico pappone. E lì fu chiaro capire che gli agenti altro non sono che puttanieri che gestiscono donne rumene e gli fanno fare un po’ le badanti e un po’ altre attività meno lecite. Vabbè. In tempi di magra non si può andare troppo per il sottile…

Peccato che il titolare dell’agenzia chiese a Maria ben 300,00 euro solo per darle un elenco di potenziali badanti disponibili. Poi si scoprì che a loro chiedeva altrettanto solo per farle lavorare e che avrebbe tolto la loro quota al pagamento del primo stipendio.

Tramite l’agenzia Maria dovette cambiare ben due badanti. La prima, completamente disinteressata e con l’atteggiamento tipico da puttanone, dopo una settimana andò via. La seconda arrivò solo dopo che il titolare dell’agenzia – dopo essersi intascati i 300 euro – disse: “te la porto solo se mi paghi la benzina”. Maria dovette farlo. La mamma stava da sola e lei non aveva altre alternative.

Una mattina il titolare dell’agenzia portò la badante. Sembrava una tipa tranquilla e infatti resistette qualche mese. Maria si mise l’anima in pace. Forse avrebbe fatto quell’operazione. Peccato che nel frattempo aveva perso il treno. Tra impedimenti vari e il pensiero nel trovare la badante giusta per la mamma, dovette rinunciare all’operazione. All’ospedale, a quanto pare, l’avevano presa male e difatti – per un intero anno – non la chiamarono più. Lei chiamava il medico che l’aveva seguita e lui non rispondeva al telefono, poi chiamava in ospedale e la rimpallavano tra un reparto e l’altro, infine riuscì a mettersi in contatto con una delle tante segretarie del medico che l’avrebbe operata, la quale le disse candidamente: “hai rinunciato? Ora aspetta il prossimo turno, chissà quando”.

Un anno. Questa fu l’attesa. 

In quell’anno nonna Antonietta aveva nel frattempo cambiato badante. Quella che aveva – che sembrava tranquilla – se n’era andata con una scusa. Diceva che le era morto il marito. Per fortuna, tramite conoscenze in paese, ne fu trovata un’altra. Si chiamava Vanna e sembrava molto buona e disponibile, aveva circa 50 anni e si mostrava premurosa e socievole, nonostante non parlasse bene l’italiano. Ma vabbè. Fa nulla.

In quell’anno andò via un paio di volte, per tornare a casa. Sarebbe rimasta a casa solo due settimane. In quelle due settimane Maria scoprì che aveva portato via un sacco di roba, persino dei mobili. Lo sapeva. Avrebbe potuto denunciarla, ma restò in silenzio perché la mamma Antonietta diceva che Vanna la trattava bene.

“Chi se ne frega se mi ruba le cose – pensò Maria – e chi se ne frega se mi chiede ogni due giorni una spesa di un mese. L’importante è che mamma stia bene. Certo, spedirà tutto in Romania, è impossibile che consumi da sola così tanta merce”. Questo pensava mentre però le rassicurava il fatto che la mamma stesse bene. Vanna era considerata ormai una di famiglia. Sembrerà strano, ma con lei nonna Antonietta stava bene e a Maria ciò bastava.

Poi giunse il tempo dell’operazione.

Quasi a sorpresa un giorno la chiamarono dall’ospedale. Finalmente avevano fissato la data dell’operazione tanto sognata quanto ormai inarrivabile. Eppure c’era. Da lì a una settimana si sarebbe operata.

Tutta trafelata si premurò di comprare l’impossibile per la badante e per la mamma. Poi, con il figlio a seguito, partì. Avrebbe dovuto passare una settimana in ospedale, ma ci furono delle complicanze durante il primo intervento e dovette subirne un altro. Due interventi. Due operazioni molto delicate, a distanza di 10 giorni l’una dall’altra. Passò in ospedale più di un mese. Chiaramente, per potersi riprendere, i medici le prescrissero un lungo periodo di riabilitazione. Fu trasferita in un’altra struttura, dove trascorse quasi un mese. Quando la dimisero lei non camminava, ma almeno riusciva a stare un po’ in piedi. Non poteva assolutamente sforzarsi né piegarsi né fare qualsiasi tipo di attività quotidiana, ma doveva essere dimessa. Le regole dell’ospedale erano ferree: o bene o male, dopo un mese vai via. Senza se e senza ma.

Lei, nonostante le precarie condizioni di salute, con due operazioni sulle spalle e stesa in un letto di ospedale, pensava alla mamma. Per quanto possibile la chiamava tutti i giorni. Aveva percepito un peggioramento nella voce e capiva che c’era qualcosa che non andava. Ma lì, lontana da tutti e senza alcun aiuto, cosa poteva fare?

Pochi giorni prima di essere dimessa, arrivò il macigno.

Vanna le disse che doveva partire.

“Ma come? – gridò Maria al telefono – eravamo rimaste d’accordo che dovevi andare via dopo 6 mesi! Non sono passati nemmeno 2 mesi che sei tornata!”

“io andare via domani” disse secca la badante.

Maria non si diede per vinta. Iniziò a telefonare a chiunque e in meno di un giorno trovò una sostituta, sempre grazie all’agenzia. Avrebbe pagato tanto, sì, ma non poteva mica abbandonare la madre, ora che Vanna aveva deciso – arbitrariamente – di andarsene via.

Mai avrebbe capito – in quel momento – le ragioni per cui Vanna aveva deciso di andarsene così, di punto in bianco.

Lo avrebbe capito più avanti, appena tornata a casa.

Finalmente riuscì a tornare a casa. Avrebbe dovuto riprendere sin da subito il percorso riabilitativo, ma la prima cosa che fece fu di andare a trovare mamma Antonietta. La trovò peggiorata, ma la nuova badante le disse che era influenzata. Difatti da quel giorno chiamò il suo medico curante tutti i santi giorni. Sempre. Fu così insistente che il medico la chiamò persino paranoica. Il medico andava tutti i giorni, prescrisse alla nonnina qualche antibiotico e disse che stava bene.

Maria ne fu sollevata.

Ma ogni volta che la sentiva al telefono capiva che non stava bene. Le chiamate al medico curante s’intensificarono. Lui le rispondeva che la trovava bene e che, al massimo, le avrebbe dato qualche vitamina in più.

Poi la svolta.

Maria, nonostante le sue precarie condizioni di salute, andò dalla mamma e la trovò nel letto, ansimante. Era sabato e il medico curante aveva staccato il telefono. Chiamò subito il medico di guardia. Arrivò e suggerì, dopo una breve visita alla sofferente Antonietta, di chiamare il 118. Gli operatori del 118 arrivarono in un lampo e decretarono che la nonnina doveva essere subito ricoverata al pronto soccorso. Appena giunta in ospedale fu subito ricoverata e le fecero tutte le analisi del caso.

A tarda notte, dopo un’attesa estenuante, la povera Maria fu chiamata dal medico di turno che le disse – impietoso ma premuroso – che la cara mamma non ce l’avrebbe fatta.

“sono troppi gli scompensi, praticamente in tutti gli organi”, disse guardandola fermamente negli occhi.

Poi proseguì.

“l’abbiamo trovata in uno stato avanzato di denutrizione, persino con infezioni in tutto il corpo, segno che è stata trascurata per settimane”.

Maria deglutì e iniziò a piangere.

“le faremo ulteriori analisi, ma io, fossi in voi, mi preparerei”.

Vi risparmio il seguito. Non voglio continuare a raccontare i giorni di angoscia e disperazione che la povera Maria ha provato dopo essere venuta a conoscenza che la badante – così premurosa e gentile – aveva finto per mesi per poi abbandonare completamente nonna Antonietta e scappare via dopo aver capito che stava per morire. Voglio tralasciare questi dettagli e concludere con un lapidario comunicato: la badante ha ucciso la dolce nonnina Antonietta e quelle che l’hanno preceduta hanno contribuito, mentre lei soffriva in silenzio, fino all’ultimo respiro. Le conclusioni a voi che leggete.

4 pensieri riguardo “Maledette badanti rumene

  1. Sai… appena arrivata in Italia, sono stata anche una badante, rumena, sono passati intorno ai 15 anni e ricordo tuttora gli abbracci della mia nonnina italiana e il modo in cui tante volte faceva finta di non riuscire a fare una determinata cosa, soltanto perché voleva che la aiutassi io. La nonnina non c’è più adesso però mantengo i bei legami che si sono creati con la sua famiglia e le volevo un bene dell’anima…
    Io sono soltanto una delle centinaia di migliaia di badante rumene che si comportano al mio stesso modo, ma di noi non si parla negli articoli…

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    1. Io non sono nessuno e non rappresento “gli articoli”. Ho solo pubblicato la storia di persone che hanno vissuto quest’esperienza. Puoi chiedere a qualcuno che ha avuto esperienze positive di raccontare la sua storia.

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      1. Hai pubblicato un articolo dal titolo “Maledette badanti rumene” e la foto della Romania.
        Se io pubblicassi un articolo dal titolo “Maledette maestre di scuola materna, italiane” (giusto un esempio di cronaca recente) e mettessi in evidenza la foto d’Italia, su un sito rumeno, che effetto ti farebbe?
        Che cosa trasmetterebbe il mio articolo al popolo rumeno?
        Mi spiace per quello che hai raccontato, purtroppo capitano situazioni simili, però non mi sembra giusto, far passare da “maledette” tutte le badanti rumene. Ogni paese ha le sue mele marce…

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      2. Capisco il tuo punto di vista, ma, come ho scritto nell’introduzione, non mi interessa l’opinione di gente che si ferma solo al titolo. Poi, se tu scrivessi un articolo con un titolo del genere e con la foto della bandiera italiana, e, all’interno, spiegassi le tue ragioni, io, personalmente, non mi offenderei.
        Infine, come ho già scritto, ogni paese ha le sue mele marce, certo, ma statisticamente, la storia che ho raccontato (e che è vera, anzi, sono stati omessi moltissimi dettagli e molte altre storie di badanti), lascia intendere che le mele marce – in questo settore – non sono poche. Se poi mi mettessi a raccontare tante altre vicende che conosco personalmente, potrei scriverci un libro. Quindi, per concludere, se non ti senti rappresentata da questa gente, non sentirti offesa. E’ ovvio che le mie invettive non sono contro persone per bene come te. Ma non si può nemmeno chiudere gli occhi e far finta che il problema non sia esteso e diffuso.

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