guerra in siria

La guerra in Siria spiegata semplice

Come nasce la guerra in Siria? Cosa è successo dal 2011 a oggi? Perché Putin difende Assad? E soprattutto, è davvero Assad il vero nemico e quello che ammazza i suoi concittadini con armi chimiche? Un’analisi critica e di semplice lettura sul conflitto siriano.

Era il 15 marzo 2011 quando, sull’onda della Primavera araba, molti cittadini siriani scesero in piazza per protestare contro il governo. In particolare si protestava contro il partito unico del presidente Bashar al-Assad e quindi per ottenere forme di democrazia maggiori, in quanto quello di Assad è considerato a tutti gli effetti un regime.

Le proteste pacifiche di piazza furono ben presto sfruttate da alcuni gruppi estremisti e militarizzati al fine di alzare il livello dello scontro. Esattamente come accadde in Italia, negli anni ’70, quando, sfruttando le manifestazioni di piazza, gruppi estremisti come le brigate rosse usarono la lotta armata per aumentare gli scontri e creare tensioni sociali, al fine di sovvertire l’ordine pubblico. Ed esattamente come allora si dice (anche se non vi sono prove certe) che questi gruppi siano stati finanziati, addestrati e aiutati dall’intelligence americana proprio per sovvertire l’ordine e influenzare la politica interna. Le malelingue dicono pure che tutta la Primavera araba fu influenzata dagli USA al fine di ottenere il controllo delle risorse naturali del Medio Oriente, in quanto si sa che rovesciando l’ordine costituito (sia esso democratico o meno) e creando caos si ottiene il controllo, militare o economico, del territorio.

Le manifestazioni di piazza siriane sono state teatro di scontri con la polizia e l’esercito, ma in un primo momento senza vittime. Nel 2012, sull’onda delle proteste, Assad indisse, il 26 febbraio, un referendum per la modifica della costituzione che, tra i punti fondamentali, prevedeva un tetto alla possibilità di ricandidatura del presidente a due mandati ed eliminava la citazione del Partito Ba’ath come partito unico in Siria.

Tuttavia ciò non fu sufficiente in quanto ormai da qualche mese i ribelli si erano pian piano organizzati e avevano costituito, nel luglio del 2011, l’Esercito Siriano Libero (ESL) che, con l’aiuto della Turchia, aveva reclutato uomini, risorse e armi al fine di far cadere il governo di Assad. Da quel momento possiamo dire che si passa da semplici proteste interne a un vero e proprio conflitto. Tra l’altro i ribelli utilizzavano spesso la micro criminalità al fine di organizzare guerriglie urbane e sobillare la popolazione, soprattutto durante le manifestazioni di piazza. Chiaramente l’esercito siriano rispondeva alle violenze e spesso si verificavano uccisioni di massa, anche tra i civili, come accadde a Hula, dove vennero uccise 108 persone. Non si sa bene chi sia stato e infatti il governo di Assad accusava i ribelli, mentre i ribelli attribuivano la responsabilità all’esercito regolare.

Il conflitto siriano, che stava assumendo pian piano le forme di una guerra civile, è iniziato a diventare più complesso e ingarbugliato quando sono entrate in scena le minoranze etniche. Già, perché per anni il regime di Assad non ha dato voce alle tante minoranze presenti nel paese e il conflitto ha dato loro l’opportunità di ribellarsi, tant’è che nel luglio del 2012 i rappresentanti dei due principali partiti del popolo curdo siriano siglarono un accordo per formare un comitato unitario, il Comitato Supremo Curdo, con l’obiettivo di liberare le aree a maggioranza curda e ottenere un governo autonomo. Inoltre le altre minoranze e la maggioranza sunnita, in lotta contro la minoranza alawita, che è quella che governa, ognuna per proprio conto cercava di organizzarsi. Il problema è che ognuno lotta contro l’altro, contro i ribelli e contro l’esercito regolare.

La situazione inizia a complicarsi, ma per capire meglio occorre fare un salto indietro.

La storia di Assad

Era il 1940 quando fu creato il partito Ba’ath, d’ispirazione socialista, panarabo e laico, con la finalità di unificare diversi stati arabi in una grande nazione araba. I suoi fondatori erano un cristiano, un alawita e un sunnita. Dato che il partito fu fondato in Francia, ha sempre mantenuto con i francesi un rapporto amicale, tant’è che per decenni permise loro di fare affari in Siria. Ma su questo punto ci torneremo più avanti. Il partito, quindi, divenne ben presto il primo partito in Siria e, nel 1970, Ḥāfiẓ al-Assad, padre dell’attuale presidente, ottenne la guida del partito e la presidenza della repubblica, anche grazie ai finanziamenti dati dal governo francese. Da allora, con la repressione e un sistema di governo verticistico, Assad riuscì a far evolvere il paese creando infrastrutture e riforme, aiutato anche dall’URSS, con cui stinse rapporti commerciali. Lui apparteneva alla minoranza alawita e, anche se fece numerose concessioni a tale minoranza (in particolare con assunzioni nelle pubbliche amministrazioni), trascurando le altre, mantenne sempre il paese in un sistema basato sulla laicità, quindi lasciando libere tutte le minoranze religiose. La laicità dello stato permise anche alle donne di vivere in libertà, senza costrizioni di stampo religioso. Tuttavia le ribellioni venivano gestite con la violenza, come accadde ai Fratelli Musulmani, un’organizzazione che assediò la città di Hama e che fu repressa nel sangue.

Nel 2000 Ḥāfiẓ al-Assad morì e gli succedette l’attuale presidente, Baššār al-Assad.

Anche lui, come il padre, mantenne la laicità dello stato e gestì il potere in modo verticistico, impedendo la formazione di partiti d’opposizione e censurando la stampa. Tra l’altro anche lui ebbe modo di sedare con il sangue le rivolte, come accadde nel 2004 quando la polizia represse in modo violento una rivolta degli indipendentisti curdi.
Insomma, se da un lato il regime di Assad garantiva stabilità, dall’altro impediva ogni forma di critica e, quindi, di ribellione al regime. La Primavera araba in Siria trovò terreno fertile proprio a causa di questa politica così restrittiva da parte del governo, in quanto l’apparato pubblico era in mano di una minoranza che conta solo il 12% della popolazione, la corruzione dilagava, la popolazione viveva in uno stato di crisi profonda, soprattutto nelle zone rurali e nelle città lontane da Damasco e Aleppo, ossia, rispettivamente, la capitale e il cuore commerciale del paese e, di conseguenza, fu facile scendere in piazza. Il problema è che già da allora Assad sottostimò la portata delle proteste e non calcolò che una popolazione così multiforme e complessa potesse diventare una bomba ad orologeria, soprattutto se stuzzicata dall’idea di far cadere il regime e creare un sistema democratico e meritocratico nel paese. Già, perché la popolazione siriana è (anzi, era) piuttosto giovane ed erano tanti i ragazzi che studiavano all’università e che si scontravano con una classe dirigente vecchia e messa lì dal governo solo perché appartenente ad una minoranza. Come vedete le similitudini con la realtà italiana sono tante, anche oggi.

Il vero problema è stato l’ingresso, nel paese, delle formazioni jihadiste.

La comparsa dell’ISIS

Sin dalla fine del 2012 e fino al 2016 le componenti fondamentaliste dei sunniti si univano all’ESL e iniziavano i massacri, soprattutto di cristiani e di alawiti. Ma il vero problema iniziò con la comparsa dell’ISIS. Già, perché dall’Iraq fecero ingresso in Siria e, in un primo momento, si unirono all’ESL, intensificando i massacri e controllando varie zone del paese. Poi iniziarono a uccidere anche i soldati ribelli. Dapprima i cittadini delle città controllate dai fondamentalisti videro con gioia la loro presenza, in quanto speravano che il regime fosse sovvertito, ma si accorsero ben presto che il regime di Assad, in quei luoghi, fu sostituito da un altro regime, molto più duro. Perché l’ISIS uccideva a sangue freddo le popolazioni inermi e gli stessi soldati che con loro combattevano contro il regime? Perché l’ISIS non gradiva la presenza di laici, cristiani o di altre religioni, quindi uccideva chiunque non si convertisse all’Islam.

Le armi chimiche in mano ai ribelli

Il fatto più grave è che nel 2013 a Damasco, nel quartiere di Ghuta, avvenne un terribile attacco chimico che colpì militari governativi, ribelli e popolazione civile. Si stima che il numero delle vittime fosse stato di circa 1700 persone, per lo più civili. Dato che l’anno prima il presidente USA Obama concordò come linea rossa il divieto di uso di armi chimiche al fine di evitare un intervento militare internazionale, ci si trovò in una situazione di stallo. Si doveva intervenire? Fino ad allora il conflitto siriano fu attenzionato dalla Comunità internazionale ma non ci fu alcun intervento. Ora, però, l’uso di armi chimiche aveva scatenato una dura reazione dell’ONU. In numerosi interventi in sede ONU, Russia e Cina difendevano Assad, mentre Francia, Inghilterra, Turchia e USA accusavano Assad. Chi era stato ad usare armi chimiche? Sappiamo con certezza che i ribelli ebbero accesso a numerosi depositi dov’erano contenuti armamenti e, soprattutto, armi chimiche, ma non sappiamo se ad attaccare Damasco siano stati loro oppure l’esercito regolare. Secondo un giornalista americano, Seymour Hersh, l’attacco fu condotto dai ribelli, aiutati dalla Turchia, per spingere gli USA ad intervenire militarmente per rovesciare il regime di Assad e per favorire l’egemonia turca nella politica mediorientale. Fatto sta che Obama, nell’incertezza, decise saggiamente di non intervenire e, quindi, di non schierarsi con un complesso e confuso assetto di nemici del regime di Assad composto da ribelli, curdi, jihadisti e altre minoranze etniche.
Il problema è che oggi è avvenuta la stessa cosa. L‘8 aprile di quest’anno i ribelli hanno sostenuto che il governo di Assad abbia usato armi chimiche su Douma. Assad ha smentito, ma gli USA di Trump sostengono di possedere prove certe sull’uso di armi chimiche da parte di Assad. Senza ottenere alcuna autorizzazione dalla comunità internazionale, Trump ha deciso, insieme a Francia e Inghilterra, di intervenire e così il 14 aprile scorso hanno bombardato tre obiettivi: un centro di ricerca scientifico e due depositi. Chiaramente la Russia ha protestato in quanto non si è dato il tempo di analizzare le prove in mano agli USA e di ottenere il consenso della comunità internazionale.

Gli interessi in Siria della Russia

Ma perché Putin difende strenuamente Assad? Anzitutto è un alleato storico, tant’è che ha un accordo decennale per l’uso di diversi porti sulle sponde del Mediterraneo. Inoltre Putin vuole accrescere il suo ruolo nel Mediterraneo orientale e controllare da vicino le ambizioni turche di Erdogan. Ma soprattutto teme che la Francia possa mettere lo zampino sui giacimenti di gas naturale e perdere così il suo ruolo di monopolista nella fornitura di gas in Europa.

Gli interessi in Siria della Francia

La Francia dal suo canto teme di perdere molti interessi in Siria. Già, perché agli inizi del ‘900 la Siria fu sotto il controllo della Francia per quasi 30 anni e inoltre l’attuale partito unico siriano fu concepito proprio a Parigi. Non è un caso che sia nato da tre personalità di tre distinte minoranze religiose ed etniche. Il divide et impera è una strategia che i francesi hanno usato di continuo. Tant’è che Assad fu molto amico dei francesi, infatti partecipò pure alla parata del 14 luglio a Parigi, accanto all’amico Sarkozy. Ma come? Non era un dittatore? Si, però era talmente amico da garantire ai francesi investimenti nel settore immobiliare, in agricoltura, nel controllo dei giacimenti di petrolio tramite la Total e in molti altri settori. Tutto ciò fino al 2011, anno in cui Assad tramò la caduta del premier libanese Saad Hariri, anche lui amico della Francia, e da allora s’interruppe ogni rapporto di amicizia.
La Francia quindi cerca di riottenere il controllo dei giacimenti di petrolio e di gas naturale, dato che aveva investito molto in un mega gasdotto che avrebbe rifornito l’Europa tramite i porti siriani. Ma se i porti sono controllati dai russi e se le sanzioni UE alla Siria hanno impedito ai francesi di operare, come si fa? Si fa di tutto per rovesciare Assad, mettere un governo fantoccio e tornare a operare in Siria. Anche perché con la ricostruzione gli imprenditori edili francesi faranno festa.
A proposito di gas, dato che il pugno di ferro tra Europa e Russia sul controllo dei giacimenti di gas non vede una risoluzione, è chiaro che l’Europa ora sta spingendo molto per la realizzazione del gasdotto TAP, che garantirà l’afflusso di gas naturale da paesi attualmente non controllati dalla Russia, ossia da Azerbaigian, passando – guardacaso – per la Turchia. Insomma, tale gasdotto passerà da paesi governati da un regime molto simile a quello di Assad…

Gli interessi in Siria degli USA

Secondo un rapporto della RAND Corporation del 2008 il controllo dei depositi di gas e di petrolio del Golfo Persico rimarrà, per gli Stati Uniti, “una priorità strategica” che “interagisce fortemente con quella di perseguire la guerra duratura”. A tal fine, il rapporto raccomanda l’utilizzo di “azioni segrete, operazioni di informazione, guerra non convenzionale” per imporre una strategia divide et impera. “Gli Stati Uniti e i suoi alleati locali potrebbero utilizzare i jihadisti nazionalisti per lanciare una campagna per procura” e “i leader degli Stati Uniti potrebbero anche scegliere di sfruttare al meglio il conflitto tra sciiti e sunniti, prendendo le parti dei regimi sunniti conservatori contro i movimenti sciiti nel mondo musulmano… possibilmente sostenendo i governi sunniti autoritari” (per approfondire clicca qui).

C’è un però…

Dunque USA, Inghilterra e Francia sembrano essere d’accordo per spartirsi le risorse naturali della Siria, in particolare gas e petrolio, in modo da contrastare la Russia e dividersi il mercato. Per far ciò devono far cadere Assad e mettere al suo posto un governo fintamente democratico ma controllato dai tre principali protagonisti del conflitto. Tuttavia non hanno fatto i conti con la presenza di numerosi altri attori in gioco che hanno interesse, ognuno per suo conto, a rovesciare il regime di Assad: sunniti, sciiti, jihadisti, i ribelli, i curdi, per non parlare della Turchia, dell’Arabia Saudita e del Qatar…tra di loro ci sono stati momenti di collaborazione e momenti di scontro, ma nel complesso ognuno lotta contro tutti, quindi in questo quadro come si può pensare di rovesciare un governo, anche se autoritario, e immaginare di sostituirlo con un altro governo stabile? Se ciò dovesse accadere, capiterebbe come in Libia o in Iraq, se non peggio.

In conclusione

Il regime di Assad è un regime proprio come quello turco di Erdogan o come tanti altri regimi mediorientali con cui, però, l’Europa e gli USA dialogano, non bombardano. Per ovvi motivi di interessi economici. Assad era un dittatore anche quando faceva affari con i francesi. Quindi che la smettessero con la solita e ormai inascoltabile storia della democrazia da esportare in Siria. Non la beve più nessuno. Assad è un dittatore, su questo non ci piove. Tuttavia ha sempre governato garantendo la laicità dello stato e le libertà individuali fondamentali. E questo, va detto, non è poco, soprattutto in Medioriente. La partita non si gioca sul concetto di democratizzare la Siria, ma sui soliti interessi economici di Francia, Inghilterra e USA e sul mantenimento dei rapporti economici tra Russia e Siria. In questo quadro, però, s’inseriscono altri interessi locali, come quello dei curdi o dei fondamentalisti islamici. E i problemi diventano seri, perché i nemici sono tanti e ognuno in lotta tra loro.
Non so se sia stato l’esercito di Assad a lanciare gli attacchi chimici contro le popolazioni siriane. Come si fa a dirlo con certezza? Negli anni scorsi molti hanno avuto accesso a tali armi, in particolare i ribelli e, forse, anche i jihadisti. Inoltre il ruolo della Turchia non è chiaro e non è da escludersi che abbia foraggiato tali azioni.
Quindi permettetemi di dire che attualmente è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, ossia rimuovere Assad e avere la pace. L’esperienza in Libia lo ha dimostrato. L’unica sarebbe quella di aiutare Assad a riprendere il potere e ottenere l’impegno, davanti alla comunità internazionale, di iniziare un lento processo di democratizzazione del paese. Altrimenti, con un governo fantoccio a guida USA, Francia e Inghilterra, anche se riconosciuto dall’ONU, si otterrebbe solo l’acuirsi dei conflitti, una ancor più massiccia emigrazione e la radicalizzazione del terrorismo, anche internazionale. Non ci sono, a mio parere, altre soluzioni. Direi che una guerra che ha portato 300.000 vittime (stima al ribasso) e quasi 5 milioni di profughi (oltre a 8 milioni di sfollati interni) ha fatto abbastanza danni, tutto nel nome degli interessi economici di pochi paesi occidentali, di cui uno nostro vicino di casa.

A questo punto faccio un appello all’Italia affinché non si schieri con gli alleati ma abbia un ruolo imparziale sulla questione, in quanto si uscirà dalla crisi siriana solo con l’aiuto della Comunità internazionale e con un ruolo guida di un Paese autorevole, che può essere l’Italia, ma solo se avrà un governo stabile e consapevole della storia del conflitto siriano e degli interessi che ci sono dietro.

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