depressione

La depressione è una malattia?

Giorni fa sulla Stampa è stato pubblicato un articolo (subito rimosso) dal titolo: “depresso un italiano su 5 e le cure fai da te sono un’emergenza”, in cui, secondo uno studio condotto congiuntamente dalla AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) e dal CNR di Pisa, circa undici milioni di italiani soffrono di depressione e prendono psicofarmaci. In realtà si è poi scoperto, grazie a un articolo del Post, che non c’è alcun rapporto recente e che l’unica fonte, probabilmente, risale ad uno studio condotto nel 2014, sempre da AIFA e CNR, che evidenzia come siano 11 milioni gli italiani che però assumono ansiolitici, sonniferi e antidepressivi, quindi non tutti assumono degli psicofarmaci.
Tuttavia, nonostante la differenza sostanziale tra i tipi di farmaci, non si può non notare come negli ultimi decenni siano in continuo aumento i disturbi depressivi e i conseguenti consumi di farmaci per alleviare tali disturbi (psico-farmaci o ansiolitici o sonniferi, in sostanza, non hanno molte differenze).

L’inutilità dei farmaci

Prima di continuare con l’analisi della faccenda devo subito mettere in chiaro una cosa: questi medicinali, o prescritti dal medico o acquistabili senza ricetta, sono totalmente inutili e persino dannosi. Anche un semplice sonnifero lo è, come qualsiasi tipo di farmaco che vada a incidere sul sistema nervoso e sulla psiche di un soggetto anatomicamente sano. In altre parole sono pochissimi i disturbi psichici e psicologici riconducibili ad un’alterazione organica, il resto è, in buona sostanza, riconducibile a fattori sociali e ambientali, alle pressioni esterne, al tipo di educazione ricevuta, ma soprattutto al sistema di valori che l’individuo – anche in età adulta – assimila, interiorizza e condivide. Se vuoi approfondire, leggi l’articolo state lontani da psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, mentre qui voglio soffermarmi su un punto essenziale: la depressione esiste, è sempre esistita, ma oggi ha assunto caratteristiche talmente preminenti da essere un’emergenza sociale.

L’emergenza sociale

Mi spiego meglio. Sin dai tempi di Ippocrate, passando per il Medioevo per poi giungere a Freud, si è sempre discusso di depressione, allora chiamata melanconia. Freud, per esempio, ha approfondito il concetto in relazione alla perdita di un oggetto, ossia di un rapporto umano, quale – per esempio – un rapporto amoroso o un familiare, che porta alla perdita del soggetto (Lutto e melanconia, 1917), tuttavia la fase di elaborazione (sia del lutto che della perdita di un amore o di altro) porta la persona a scavare nel suo inconscio e a trovare – nel suo sistema di valori – una o più ragioni per trasformare la perdita in un rafforzamento dell’Io, esattamente come accade nel nostro sistema immunitario dopo la febbre. In questo quadro l’apporto sociale (la famiglia, gli amici, ecc.) è fondamentale per ristabilire l’equilibrio e far ritrovare nel soggetto il suo ruolo nella società e nella sua sfera individuale.

La società dei consumi

I miei quattro lettori mi perdoneranno se parlo sempre dello stesso argomento, ma per me è fondamentale far passare il concetto che quasi tutti i problemi che viviamo oggi e quasi tutti i fatti di cronaca apparentemente inspiegabili (non ultimo l’omicidio-suicidio di Filippone, che ha ucciso moglie e figlioletta e poi si è gettato da un ponte dell’A14) derivano da una rivoluzione dei valori iniziata circa 50 anni fa con la conseguente apparizione di una società: la società dei consumi, che pian piano si è insinuata in ogni aspetto della nostra vita individuale e sociale, cambiando radicalmente ogni paradigma, persino incrinando i valori cristiani che per secoli hanno dominato sulle nostre vite, tant’è che – solo di recente – la Chiesa si è accorta di tutto ciò e ha posto rimedi sostituendo un Papa fortemente ideologico e profondo conoscitore e fautore della teologia pura con uno d’appeal e di grande impatto mediatico. Ad ogni modo quest’argomento andrebbe trattato a parte, ma l’ho solo sfiorato per spiegare come anche la più grande dispensatrice di valori, ha perso la sua millenaria egemonia culturale e si è dovuta piegare alle logiche di mercato.

Il conflitto

Come vi dicevo, la depressione è sempre esistita, ma è sempre stata marginale in quanto normalmente considerata come una reazione eccessiva al conflitto interno o a un evento identificabile (un lutto, una perdita, ecc.). Oggi non si tratta più di una reazione, quanto di uno stato perenne di conflitto. Conflitto con cosa? Se la mettiamo dal punto di vista filosofico/evoluzionistico, è un conflitto tra la nostra anima, tendente al rapporto con la Natura e con la ciclicità della vita e una società costruita artificialmente, che non ha alcun rapporto con la Natura né con la ciclicità, quanto con l’oggetto. In altre parole, secondo Erich Fromm, è la perenne distinzione tra Essere e Avere, tra il desiderio di possesso di oggetti inutili, di potere, l’avidità, l’egosimo contro la condivisione, l’amore, la generosità, l’attività del fare, un’attività creativa e costruttiva che rappresenta la parte positiva di ciascun individuo.

Un’analisi alternativa

Sarebbe interessante capire quale fascia di popolazione è più propensa ai disturbi depressivi, non solo in relazione ad età e ambito geografico, ma soprattutto alla professione, allo stile di vita e al grado di cultura (non in senso nozionistico o in riferimento al possesso di titoli di studio, questa non è cultura). In questo modo probabilmente verremmo a conoscenza di una cosa tanto banale quanto sorprendente, ossia che quelli che resistono ai disturbi depressivi sono proprio quelli che producono, secondo antichi e naturali canoni: artigiani e contadini (ossia i primi che sono stati distrutti dal sistema capitalistico e dal modello industriale). Scopriremmo anche che quelli che soffrono di depressione sono invece stimati professionisti (sempre in perenne nevrosi tra le pressioni del lavoro e quelle sociali), operai (che, secondo Marx, sono alienati in quanto ciò che producono non gli appartiene, come non gli appartiene nemmeno il loro valore, ma soprattutto sono alla stregua di macchine e non seguono tutto il processo produttivo, ma solo una piccola parte), casalinghe, soprattutto di giovane età (quelle che simpaticamente quanto volgarmente sono definite pancine e che non hanno né un ruolo né la consapevolezza del loro ruolo) e, infine, i cosiddetti neet (o néné), cioè quelli che non studiano, non lavorano e, sostanzialmente, campano di rendita. Dall’esterno noi possiamo anche invidiare un giovane che va in giro con il macchinone, che passa i pomeriggi a fare shopping, tra un caffè e un aperitivo, le serate nei locali, in discoteca, sempre alla perenne ricerca di divertimento e sballo, ma non potete nemmeno lontanamente immaginare quanto lentamente e inesorabilmente si stanno logorando, tant’è che sono imprevedibili le reazioni di queste persone agli stimoli esterni (anche minimi).

Chi fa, chi crea, chi produce, chi ha avuto la fortuna di assimilare un sistema di valori acquisito dall’educazione familiare, dalla cultura, dall’istruzione scolastica, chi ha preferito (o preferisce, perché anche oggi abbiamo qualche esempio di giovani di cultura e di valori) leggere un buon libro piuttosto che stare incollato a un PC a giocare (o ad uno smartphone, oggi), chi ha passato le serate a discutere piuttosto che a sfondarsi di bere, chi ha acquisito la curiosità di sperimentare, costruire, creare, analizzare piuttosto che passare il tempo a fare shopping o ad andare allo stadio come pecoroni, beh, questa gente ha rafforzato il proprio sistema immunitario contro la depressione, a differenza di chi – invece – ha aderito senza spirito critico al modello culturale imposto dalla società dei consumi.

11 milioni? Anche di più

Quindi se dovessimo per assurdo analizzare queste persone, arriveremmo tranquillamente ai numeri indicati nell’articolo della Stampa (11 milioni), anzi, li supereremmo di gran lunga. Perché lo sappiamo tutti benissimo: chi di noi rinuncerebbe mai ad uno smartphone nuovo, al televisore al plasma, all’uscita il sabato e ai pomeriggi a fare shopping? Chi di noi pensa che queste cose siano inutili e che noi siamo considerati solo oggetti a cui appioppare prodotti che, in fondo, non servono? Chi di noi pensa che i media (tv, i big della rete, industria musicale, ecc.) stiano operando precise strategie di marketing finalizzate a farci diventare dei perfetti idioti, senza senso critico, a cui facilmente vendere? Chi si allarma del fatto che in Italia la metà della popolazione sia considerata analfabeta funzionale, ossia un cretino che non capisce nemmeno il senso di quello che legge? Non pensate che analfabetismo funzionale, gossip, tv spazzatura, modelli musicali attuali, i social network, app di giochi stupidi (e che rimbambiscono), fatti di cronaca inspiegabili, la classe politica attuale (ecc. ecc.) non siano intimamente connessi. Anzi, solo guardando la realtà dall’alto si riesce a trovare un nesso e a dare una spiegazione logica e chiara all’irrazionalità che ci sta intorno.

Siamo oggetti

Oggi giorno l’antiumanizzazione, l’oggettivizzazione e la depersonalizzazione sono processi ormai conclusi con successo (ci hanno impiegato qualche decennio, ma ci siamo arrivati), in altre parole la vita umana è considerata alla stregua di un oggetto. Anzi, spesso i fatti di cronaca mostrano che vale più una proprietà rispetto alla vita umana. In questo quadro è facile capire come i media (o la politica) possano manipolare i sentimenti in base al proprio interesse. Quindi con sapiente uso di parole, concetti semplici (di pancia) e figure evocative, (oltre che suoni, musiche, immagini) si può facilmente far passare la gente da stati di empatia a stati di fastidio o di indifferenza, in base a ciò di cui si parla (lo fanno sempre trasmissioni televisive molto note). E’ chiaro che nel perenne conflitto tra il nostro inconscio, in cui è scritta la nostra storia evolutiva, tendenzialmente naturale, e il nostro vivere in questo presente, si configura un conflitto perenne, che porta a stati depressivi e a reazioni incontrollabili e imprevedibili, soprattutto da parte di chi – come ho detto – non ha sviluppato gli anticorpi.

Il problema non è solo italiano

Se spulciamo in rete scopriamo che la depressione è una malattia di cui in Europa soffrono in tanti. E’ stata persino stilata una classifica, nel gennaio 2018, in cui si evince che in Europa sono moltissime le persone che soffrono o hanno sofferto di almeno un disturbo depressivo e che hanno fatto ricorso alle cure mediche. Ciò non stupisce, perché il modello consumista è globale e se occorre un indizio che la depressione sia intimamente connessa alla società dei consumi basta notare come gli ultimi paesi che stanno entrando pian piano nel sistema capitalistico siano quelli che (oggi) soffrono meno di depressione: Lituania, Slovacchia, Repubblica Ceca. Un indizio non fa una prova, certo, ma non occorrono grandi prove per capire come stiamo messi: basta guardarci dentro e forse lo capiremo un po’ meglio.

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