manifestazione di migranti in Calabria, 4 giugno 2018

E’ finita la pacchia, aiutiamoli a casa loro.

Vi piacciono le arance, le angurie, i meloni, i pomodori succosi e tutta la frutta o gli ortaggi di stagione che andate a comprare al mercato o al discount (rigorosamente quando ci sono le offerte) e che prendete solo se costano quanto un caffè espresso? Si, vero? E scommetto pure che bisbigliate qualche parolaccia o bestemmia nei confronti del fruttivendolo se li vende ad un prezzo poco poco più elevato.

“Signora, è frutta locale, viene dalla Cooperativa taldeitali”.

“A meno che c’hai?” direbbe la risoluta signora fregandosene altamente di chi ha prodotto quella roba.

Ebbene se vi piacciono le prelibatezze che, con buona probabilità, vengono dal profondo Sud (arance dalla piana di Gioia Tauro, pomodori e angurie dalle campagne di Nardò, giusto per citare qualche esempio), sappiate pure che a raccoglierle non ci sono gli italiani ma eserciti (di riserva…) di volenterosi ragazzi ghanesi, maliani, senegalesi, nigeriani (ecc. ecc.) che letteralmente si spaccano la schiena per un salario di un euro e cinquanta all’ora (se va bene, due o al massimo 3 euro all’ora). Una donna delle pulizie prende come minimo sei euro all’ora, giusto per capirci.

Di chi è la colpa?

Premesso che nessun italiano si farebbe mai sfruttare per 1,50 € all’ora e che non acconsentirebbe mai a dormire in una tendopoli o in una masseria abbandonata, senza letti, senza acqua e senza servizi igienici (vedi, per esempio, il caso di Nardò e di Rosarno, tutt’altro che passati…), la colpa di tutto ciò va attribuita agli sfruttatori, cioè ai caporali che prendono questi lavoratori a giornata, agli imprenditori che assumono i caporali e ai proprietari terrieri che chiudono un occhio. Sembra una risposta semplice quanto banale. La colpa è loro. Sono loro che li sfruttano. Noi che quando passiamo in macchina vicino quei campi e li guardiamo distrattamente mentre lavorano sotto il sole cocente (che giù, nel Meridione, arriva anche a 40 gradi e passa) non abbiamo colpa. Che ci possiamo fare? Noi che diciamo prima gli italiani non abbiamo colpa, perché loro, quei negri, ci stanno rubando il lavoro. Perché in fondo si sa: se non ci fossero loro i salari, magicamente, sarebbero più alti e tutte le forme di sfruttamento, come in un munifico colpo di spugna, sarebbero cancellate e i diritti dei lavoratori ripristinati.

Quindi, di conseguenza, la colpa è anche loro, di questi qua che vengono e ci rubano il lavoro.

Già. Infatti non ha nessuna colpa il sistema capitalistico in cui viviamo che, per mano di una delle sue ramificazioni, la GDO (Grande Distribuzione Organizzata), impone i prezzi ai produttori, spesso anche sottocosto, e questi ultimi sono costretti a vendere perché non hanno altre alternative (come fai, chessò, a vendere 10 quintali di arance da solo? Devi per forza venderle a un mediatore). Non hanno alcuna colpa le multinazionali del settore alimentare che, grazie a numerosi accordi con gli Stati africani, non solo acquistano le terre a prezzi stracciati (dove le popolazioni locali lavorano in condizioni di sfruttamento), ma possono beneficiare di agevolazioni normative e fiscali per cui pagano le tasse (poche) non nel paese da cui provengono, nemmeno nel paese in cui operano, ma in paradisi fiscali (dunque non lasciando alcun tributo allo Stato che sfruttano). Non ha alcuna responsabilità la Commissione Europea, che con diversi accordi di partenariato (i c.d. APE, Economic Partnership Agreement) istituiti con molti Stati africani ha permesso a tante aziende europee di ottenere la gestione di numerose materie prime e terre. Stesso discorso vale per La China Development Bank (Cdb) che ha investito quasi tre miliardi di dollari in progetti infrastrutturali e commerciali in Africa e ha permesso a molte aziende cinesi di acquistare materie prime, terre e giacimenti (vedi qua, per esempio).

I nonni migranti

La colpa non è loro, se seguissimo i ragionamenti che fanno molti italiani e i partiti demagogici. La colpa è di quei poveri cristi che scappano dalla miseria. Già, esattamente come i nostri italianissimi nonni, che scappavano dalla miseria per andarsene in America, Svizzera, Germania e che hanno esportato i propri usi e costumi, tra cui la mafia. E pensa un po’, almeno sti ragazzi africani la lingua la imparano (e pure meglio di tanti italiani che sanno si e no 200 parole), a differenza dei nostri nonni migranti che il tedesco o il francese o l’inglese proprio non lo digerivano e non volevano saperne di integrarsi. Già, accade anche oggi, sapete? E poi vogliamo aprire il discorso sulla Cassa di Compensazione Svizzera? Chi ha avuto un emigrato in famiglia che è andato a lavorare in Svizzera sa benissimo che quella è una pensione che viene garantita al lavoratore e al coniuge superstite, a vita. Chissà come la prenderebbero gli italiani se si facesse lo stesso con i lavoratori extracomunitari. Scoppierebbe la rivolta.

Prima gli italiani! Gridiamo noi. Prima gli svizzeri!, gridano loro, oggi. E noi ci scandalizziamo. E’ l’italica ipocrisia, colpita da Nemesi.

Diamo colpa alla conseguenza, non alla causa

Ad ogni modo, tornando al concetto di colpa, vorrei chiarirlo con un esempio stupido. Se ti viene la febbre, la prima cosa che fai qual è? Te la fai passare. Ma se persiste? Allora cerchi le cause. Potrebbe essere un colpo di vento, un’intossicazione, un virus…qualunque cosa sia, cerchi di capirlo. Se non capisci le cause, non trovi i rimedi. Giusto, no? E allora perché molti italiani se la prendono con la conseguenza e non con la causa? La causa delle migrazioni è la miseria, la conseguenza è la migrazione verso territori più ricchi. Lo fa chiunque. Lo fanno gli italiani, lo hanno fatto i popoli balcanici dopo la caduta del blocco sovietico e chiaramente lo fanno oggi gli africani in Europa.

Perché hanno la miseria? Perché molte aziende occidentali, americane e cinesi hanno comprato tutto: terre, giacimenti, risorse. E, con l’accondiscendenza dei governi dei territori in cui operano, sfruttano chiunque: uomini, donne, bambini. Gli danno del lavoro, sì, gli costruiscono delle infrastrutture, pure (anche se servono più per esigenze di trasporto delle materie che non per gli abitanti del luogo), ma in nome di cosa? In nome del profitto di quelle aziende che poi possono permettersi di vendere i loro prodotti, sui nostri mercati, a prezzi bassi. E quindi, di conseguenza, costringono i produttori nostrani ad abbattere i costi per restare in concorrenza. Quali sono i costi maggiori? Il costo del lavoro. E quindi sono costretti ad avvalersi di quella forza lavoro, che scappa dalla miseria e viene qua per guadagnare cosa? Una miseria. E’ una conseguenza logica, netta, lampante.

I rimpatri

Tutto ciò è un circolo vizioso che non si risolverà certo con i rimpatri, perché è un po’ come voler guarire dalla febbre senza capire come ci è venuta. Magari ti prendi una bella tachipirina, ti senti meglio, poi però dopo un po’ ti torna di nuovo. Eccerto, perché le cause non le hai ancora affrontate. E così le ondate migratorie torneranno, ovviamente, massicciamente, inesorabilmente, e quindi che si fa? Si rimpatria ogni volta? Se si calcola che ogni rimpatrio costa all’erario circa 3.000 euro (tra viaggio, accompagnamento, burocrazia), che facciamo? Una finanziaria ogni anno solo per riaccompagnare a casa chi poi tornerà di nuovo? Questo circolo vizioso non si ferma certo così.

Aiutiamoli a casa loro

E’ il motto risolutivo di ogni conversazione riguardante i migranti. E’ l’avemaria degli sciocchi e l’okitask per ogni senso di colpa. Alla domanda come? ecco giungere in soccorso discorsi su opere pie, finanziamenti, gesti di buona volontà e rimandi alle pubblicità di organizzazioni che usano i bambini africani dagli occhioni grandi e dolci, durante i pasti. Così fai del bene. Già, è così che li dobbiamo aiutare a casa loro. Un abbonamento di nove euro al mese e dormi sonni tranquilli.

E’ finita la pacchia

Insomma, se per assurdo il Ministero dell’Interno, guidato da Matteo Salvini, facesse ciò che ha promesso e se chiudessero le sponde del Mediterraneo grazie ad accordi con la Libia (poi chissenefrega se quei negri muoiono nei campi di accoglienza libici), finirebbe la pacchia. Si, ma per noi consumatori. Perché chi andrebbe a raccogliere le arance a Rosarno o le angurie a Nardò? I nostri giovani dalle braccia esili e con i vestiti di marca? Quelli che noi genitori abbiamo viziato e che sogniamo per loro un futuro da avvocato o da medico? (destinati, entrambi, a fare la fame o a fare, toh!, i migranti all’Estero). Chi ci andrebbe per un euro e cinquanta l’ora? No, perché non è che se cacci i migranti risolvi il problema. Non è che magicamente la signora del mercato sarà felice di pagare 5 euro un kilo di arance o 15 euro un’anguria da 10 kg.

Ma possiamo stare tranquilli. I cattivi sfruttatori locali (che, a scanso di equivoci, va detto che alcuni sono davvero cattivi e sfruttatori, altri sono costretti) chiuderanno baracca e burattini, ma noi continueremo a comprare frutta e ortaggi a quattro soldi, provenienti sempre dall’Africa e prodotti da imprese affidabili, sotto l’egida dei rigidi controlli europei. Garantisce la tedesca Bayer.

Per chi non lo sapesse, Bayer ha comprato Monsanto e ha cancellato il marchio. Così, giusto per dire.

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