Autonomia Veneto, la secessione è qui (ed è pericolosa)

Breve e semplice analisi della proposta di legge per maggiori forme di autonomia della Regione Veneto. 

Con una proposta di legge ordinaria, al vaglio del Parlamento già a fine ottobre, il Veneto porta a compimento la prima fase di quello che appare essere a tutti gli effetti un processo di secessione di fatto (domani chissà, magari consacrato in secessione formale), ossia ottenere maggiore autonomia su una lunga sequela di materie oggi di competenza statale o, comunque, concorrente tra Stato e Regioni. Seguono le Regioni Lombardia ed Emilia Romagna che, seppur con un iter procedimentale diverso rispetto a quello intrapreso dal Veneto, si pongono il medesimo obiettivo.

La decisione non stupisce affatto, del resto sono quasi 30 anni che il Veneto è regione capofila in materia di secessione e la produzione normativa degli ultimi 20 anni non ha dato adito ad incertezze quantomeno sul piano dei limiti costituzionali in materia di maggiore autonomia. Non dimentichiamo, per esempio, che le Regioni Lombardia e Veneto, con diverse delibere (le più incisive nel 2007), hanno chiesto maggiore autonomia in materia di tutela dei beni culturali presenti nel proprio territorio o che il Veneto, con L.R. n. 8/2007, ha inteso parificare il dialetto veneto alla lingua italiana, autoriconoscendo valore legale al suddetto dialetto. Non stupisce, quindi, che gli innumerevoli tentativi di giungere a maggiori forme di autonomia siano poi confluiti nel referendum del 22 ottobre 2017 in cui la Regione Veneto ha chiesto all’elettorato se voglia “che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” e che oltre 2.273.000 elettori abbiano dato il proprio consenso. Non stupisce, altresì, che questo è solo un primo step di un progetto che porterà il Veneto a forme talmente ampie di autonomia da diventare uno “Stato di fatto”.

Ma già ora, quando sarà approvata la Legge di autonomia regionale, può vantarsi di esserlo.

Già, perché la proposta di legge chiede allo Stato italiano molte forme di autonomia su ben 23 materie, alcune delle quali talmente delicate da rischiare di discriminare in maniera profonda le Regioni maggiormente autonome rispetto alle Regioni ordinarie. In altre parole se si dovesse concedere tale, forte, autonomia alle tre Regioni sopracitate (con la possibilità che altre Regioni limitrofe possano accodarsi, per capacità economica, vicinanza d’intenti e politica) avremmo, di fatto, due Italie, una di serie A e una di serie B (con possibilità, per alcune di queste, di retrocedere in Lega-Pro).

Ma perché c’è questo pericolo?

Semplice, perché le materie su cui il Veneto chiede più autonomia sono materie che, oggi, rappresentano il fulcro dell’unità nazionale. Ma prima di snocciolare le singole materie per cui il Veneto chiede maggiori forme di autonomia è necessario fare una breve digressione per capire come funzionano i limiti costituzionali in tali materie.
La Costituzione italiana, difatti, impone l’Unità nazionale e impone altresì l’uguaglianza sostanziale di tutti i Cittadini (art. 3). Nella parte in cui snocciola i poteri delle varie articolazioni della Repubblica, fino alla riforma del 2001, la Carta Costituzionale dava quasi tutti i poteri allo Stato in quasi tutte le materie, proprio per tutelare l’unità nazionale. Ma per numerose ragioni di carattere storico, politico e di efficienza gestionale si è pensato, sin dalla costituzione delle Regioni, negli anni Settanta, di devolvere compiti e funzioni a queste ultime, anche al fine di de-burocratizzare il pesantissimo apparato statale. Tutto ciò è culminato con la riforma costituzionale del 2001 che ha devoluto numerose funzioni alle Regioni, con la tecnica dell’elencazione. In poche parole l’art. 117 è stato riformato prevedendo un elenco di materie di competenza statale, un elenco di materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni e, infine, una competenza residuale alle Regioni (“Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”, art. 117.3 Cost). Inutile dire che la formulazione dell’art. 117, così com’è ora, ha dato adito ad un lungo e corposo contenzioso tra Stato e Regioni, perché su molti aspetti non è chiaro cosa spetta allo Stato e cosa alle Regioni. In questa sostanziale confusione, solo a tratti ordinata dalla copiosa produzione giurisprudenziale ad opera della Corte Costituzionale, s’innesta oggi la richiesta di autonomia da parte del Veneto, che, consapevole di quanto sia incerto il confine tra quanto può decidere lo Stato e quanto la Regione, propone numerose materie da devolvere alla sua esclusiva competenza, alcune di queste, giova ripeterlo, inserite nel labile confine delle materie di competenza concorrente.

Il testo della Proposta di Legge del Veneto

Ora, bando alle ciance, andiamo a vedere cosa chiede la Regione Veneto e, per evitare di appesantire troppo la lettura, mi soffermerò solo su alcune materie, lasciando al lettore l’onere di leggere il corposo testo della proposta di legge per intero.

Luca Zaia, che ha accelerato i tempi di presentazione della proposta di Legge anche grazie alla vicinanza politica con il Governo, che dovrà vagliare il testo in tempi record

1) – 2) Norme generali sull’istruzione – Istruzione

In materia di istruzione il Veneto chiede, tra le altre cose, di regionalizzare il personale della scuola, compreso il personale dell’Ufficio scolastico regionale e delle sue articolazioni a livello provinciale. In altre parole d’ora in avanti i docenti saranno dipendenti regionali. Si spezzetta in questo modo il concorso nazionale dei docenti e se un docente che lavora in Veneto chiede il trasferimento presso un’altra Regione (per motivi familiari, per esempio), dovrà licenziarsi ed effettuare un nuovo concorso. Quindi, a questo punto, credo che ci saranno due o più graduatorie, una nazionale (si fa per dire) e una regionale, per ognuna delle Regioni che avrà ottenuto questa devoluzione.

3) Tutela e sicurezza del lavoro

Merita particolare attenzione la lettera d) “valorizzazione del ruolo della regione nella programmazione dei flussi migratori”. Secondo tale richiesta la Regione sarà parte attiva nei c.d. decreti-flussi, ossia quei procedimenti per cui il Ministero dell’Interno regola l’arrivo e la gestione degli stranieri che giungono in Italia per motivi di lavoro, anche stagionali o di lavoro autonomo. In altre parole la Regione può mettere bocca su una materia delicata, che comprende non solo il lavoro degli immigrati, ma anche l’inserimento sociale e l’integrazione, decidendo, per esempio, di poter prendere con sé uno o più lavoratori ma non le famiglie o di inserirsi nell’ambito diplomatico di relazioni con i paesi d’origine dei lavoratori. Quindi non si tratta di competenze meramente lavoristiche, ma la materia ha chiare sfaccettature anche in campo diplomatico e di gestione dei flussi migratori.

5) Tutela della salute

Su quest’aspetto la Regione chiede la piena responsabilità del proprio sistema regionale per quanto riguarda l’organizzazione, il finanziamento e il governo del sistema sanitario stesso. In altre parole si chiede di gestire da sé le strutture, il personale e il fabbisogno del Sistema Sanitario Regionale (d’ora in avanti non più SSN). Inutile dire che ciò comporterà profonde disparità di trattamento rispetto alle Regioni ordinarie e che la spaccatura della gestione del Servizio Sanitario non garantirà più la libertà di scegliere dove curarsi da parte del paziente, ma la discrezione, da parte della Regione, di accettare o meno un paziente proveniente da un’altra Regione, magari su basi meramente economiche e non di obbligatorierà della prestazione. Ciò non è detto che si realizzi, ma il rischio è assai elevato, nel momento in cui si permette alla singola Regione di stabilire criteri e modalità di gestione e organizzazione del Servizio Sanitario.
Inutile dire che le stesse considerazioni di cui al punto 1) valgono anche qui, dato che la Regione chiede altresì la contrattazione regionale per il rapporto di lavoro del personale.

6) Ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi

Anche in questa materia il Veneto chiede diverse forme di autonomia, in particolare in materia di Università e ricerca scientifico-tecnologica, innovazione e trasferimento tecnologico. Ma in particolare ciò che colpisce è la richiesta di regionalizzare i fondi statali per il sostegno alle imprese e all’imprenditoria giovanile. Inutile dire che tale richiesta si trasformerà in una disparità di trattamento netta tra imprese venete e imprese del resto d’Italia. O in bene o in male, a seconda di come verranno usati detti fondi. Ma se fino ad oggi i criteri di concessione dei fondi erano unitari, domani non lo saranno più e allora per l’Impresa quest’aspetto diverrà un discrimine.

7) Tutela e valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali

L’aspetto più cruento di questo punto è la regionalizzazione delle Soprintendenze archeologiche, belle arti e paesaggio e l’attribuzione delle relative funzioni, anche con riferimento ai piani paesaggistici, nonché la regionalizzazione della Soprintendenza archivistica e bibliografica e l’attribuzione delle relative funzioni. In questo caso non stiamo parlando di un compito comune che spetta allo Stato e alle Regioni nell’ottica del pluralismo istituzionale, per ottimizzare al meglio la gestione dei beni culturali, ma di una vera e propria concessione tout-court che produrrà squilibri in tutto l’impianto di gestione del complesso Patrimonio Culturale che, in Italia, rappresenta un unicum, da gestire, tutelare e valorizzare unitariamente, secondo una vision e una mission unitaria. Di conseguenza regionalizzare completamente le Soprintendenze significa svilire in toto la ratio dell’art. 9 della Costituzione e tutti gli sforzi, finora profusi, di ottenere la leale collaborazione tra lo Stato e le altre articolazioni della Repubblica.

9) Tutela dell’ambiente e dell’ecosistema

Anche qui valgono le stesse considerazioni fatte poc’anzi. Ma aggiungo una nota, per così dire, contingente. Il punto a) chiede di “rafforzare il ruolo della Regione in materia di difesa delle acque, delle coste e dell’aria, anche in relazione a scarichi ed attività estrattive di idrocarburi”. In attesa che questa materia venga devoluta, ci ha pensato il Decreto Genova (cosa c’entra? Direte voi…), il quale, all’art. 41 (“Disposizioni urgenti sulla gestione dei fanghi di depurazione”), che nulla ha a che fare con l’oggetto del Decreto (ossia aiutare i genovesi, colpiti dal crollo del ponte Morandi), innalza i limiti degli idrocarburi presenti nei fanghi di depurazione che si possono utilizzare in agricoltura. Dunque, dicendola papale papale, in attesa che la Regione Veneto possa deliberare autonomamente su questi aspetti, il Governo, con una mossa audace, ha inserito nel primo Decreto utile (il Decreto Genova) una norma che consente di usare i fanghi di depurazione in agricoltura, anche se presentano idrocarburi con limiti superiori alla norma precedente (oggi 1000 mg/kg, fino a ieri 50 mg/kg). Inutile dire che gli idrocarburi sono cancerogeni e che elevare la soglia da 50 a 1000 mg/kg, per giunta in un Decreto che non c’entra nulla, è, beh…un’ottima mossa…

Qui trovi il Decreto Genova e la norma “nascosta”.

10) Coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario

In questo decisivo punto la Regione chiede, tra le altre cose, di:
– avere più autonomia fiscale in riferimento ai tributi compartecipati e ai tributi degli enti locali;
– avere maggior controllo sull’obiettivo programmatico del saldo di bilancio per tutti gli Enti locali della sua regione. In poche parole dice: “non voglio che lo Stato metta naso sui bilanci dei miei comuni, a questo ci penso io”. Perché va detto che in base al TUEL e al patto di stabilità, quando un Comune non convince lo Stato in riferimento al saldo di bilancio, quest’ultimo può bloccare investimenti, assunzioni e diverse forme di credito, fino a quando il Comune non dimostra di rientrare del debito. In questo caso, come si dice, i panni sporchi si laverebbero in famiglia…

12) Produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia

Su questo punto la Regione chiede competenze in materia di concessioni relative allo stoccaggio del gas naturale, di rilascio di autorizzazioni per la costruzione di elettrodotti e, infine, per ottenere il gettito dell’accisa per il gas naturale prodotto da impianti off-shore ubicati nel territorio regionale. Dunque chiede di decidere di dare o meno concessioni ad aziende che si occupano dell’estrazione e della gestione del gas o di elettricità nonché di gestire da sé le accise relative alla gestione del gas.

14 e 15) Grandi reti di trasporto e di navigazione e Porti e aeroporti civili

La Regione chiede di regionalizzare le strade statali e le autostrade. Chiaramente gestendo da sé le relative tariffe. Lo stesso dicasi per la gestione degli aeroporti e delle infrastrutture portuali.

16) Rapporti internazionali e con l’Unione europea della Regione

Su questo punto la Regione chiede espressamente di essere interlocutrice con l’UE e di farlo in autonomia rispetto allo Stato italiano. Sempre per materie relative alla sua competenza. Ma questa può essere la prova che, nei rapporti con l’UE, il Veneto non si pone come territorio dello Stato italiano, ma come territorio a sé. Lo stesso discorso vale per il punto 17) in materia di commercio con l’estero.

18, 19 e 20) Ordinamento della comunicazione, sportivo e delle professioni

Su questi punti il Veneto vuole: entrare come interlocutore nella realizzazione degli obiettivi dell’Agenda digitale europea, regionalizzare la sede territoriale dell’ISTAT (con compiti di statistica meramente regionali), togliere al garante delle comunicazioni il CORECOM, che sarebbe di spettanza esclusivamente regionale e gestire le professioni non costituite in albi nazionali, ma istituendone comunque di nuovi (a carattere regionale).

21) Organizzazione della giustizia di pace

Il punto è talmente vago e generico che rischia di essere un coacervo di interessi troppo invasivi in tema di giustizia, così come è formulato: “sono attribuite alla Regione del Veneto competenze legislative e amministrative volte a rafforzarne il ruolo in termini di controllo e organizzazione in modo da rispondere alle specifiche esigenze del territorio”. Il rischio di spezzettare l’ordinamento giudiziario, anche solo in riferimento a questioni minori, è talmente cogente che non può passare così come è formulato.

22) – 23) Casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale – Enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale

In questo caso la Regione dice che: “sono attribuite alla Regione del Veneto competenze legislative e amministrative volte a valorizzare il ruolo della Regione nei relativi ambiti, nel rispetto del principio di leale collaborazione”. Per la prima volta – lode a Dio – è stato usato il termine “leale collaborazione”. Almeno in tema di banche ci sta, dato che da soli non sarebbero in grado di gestire il complesso sistema bancario, ormai globalizzato e sensibilissimo a questioni di carattere internazionale, molto più grandi di una Regione, seppur virtuosa.

Da dove vengono i soldi per fare tutto?

Erika Stefani, che si è battuta per presentare la Proposta di Legge in tempi brevi al Consiglio dei Ministri e al Parlamento italiano
Erika Stefani, che si è battuta per presentare la Proposta di Legge in tempi brevi al Consiglio dei Ministri e al Parlamento italiano

A proposito di soldi, come farà il Veneto a gestire tutte quelle materie, che comportano anche l’uso di personale interno e di strutture oggi utilizzate dallo Stato?

La risposta ci viene data dalla stessa proposta di legge (che, giova ripetere, si trova qui), la quale, all’art. 7, stabilisce che i maggiori oneri derivanti dalle maggiori attribuzioni di materie saranno coperti da tasse, imposte e altri emolumenti oggi gestiti dallo Stato. In particolare da una parte (non si sa ancora la consistenza) del gettito IVA e IRPEF (così come dichiarato da Erika Stefani in quest’intervista) e dalle addizionali di cui si è discusso in precedenza. Quindi ciò comporta che una parte delle tasse e delle imposte non andranno allo Stato ma alla stessa Regione, che le gestirà per finanziare le tante materie che vuole regolamentare. E’ ovvio immaginare che le tasse prodotte dalla Regione Veneto che restano in Veneto rappresentano una minore entrata per lo Stato. Di questo i Veneti saranno contenti, meno contenti saranno il resto degli Italiani che non potranno contare su risorse prodotte da una delle 20 Regioni che oggi appartiene allo Stato ma che da domani sarà di fatto autonoma.

La maggiore beffa, però, è che, come stabilisce la proposta di legge, “In via transitoria, in attesa della definizione dei nuovi parametri, alla Regione sarà riconosciuto un ammontare di risorse, calcolato in percentuale del Prodotto Interno Lordo regionale, uguale a quello determinato nell’ultimo anno precedente le suddette modifiche” e che “in ogni caso, le risorse assegnate alla Regione del Veneto (…) dovranno mantenere le stesse dinamiche positive del Prodotto Interno Lordo della Regione”. Inoltre “le compartecipazioni al gettito dei tributi erariali (…) andranno determinate facendo anche riferimento (…) al volume della spesa storica sostenuta”, mentre successivamente si farà riferimento alla “spesa standard”.

Questo cosa significa?

Significa che i soldi che prenderà la Regione (sia dallo Stato, sia prodotti all’interno) si basano sul PIL prodotto l’anno precedente e vengono calcolati tenendo presente quanto ha speso la Regione l’anno prima, mentre in futuro si calcoleranno sulla base della “spesa standard” che fa riferimento a quanto spende una Regione virtuosa per ogni materia di sua competenza. Detto così non è chiaro? Allora facciamo un esempio.
Se il Veneto ha scuole con 10.000 studenti e prende attualmente, chessò, 100 euro per studente, non riceverà, com’è logico che sia, 1 milione (ossia la somma della quota per studente), ma riceverà, per dire, 5 milioni, che sono i soldi calcolati non sulla base del numero degli studenti, ma sulla base della ricchezza prodotta dalla Regione (PIL) e sulla base di quanto ha speso l’anno prima, anche con fondi propri. Quindi una regione ricca come il Veneto avrà, per l’istruzione, 5 milioni di euro, mentre una regione come la Puglia, che ha un PIL più basso e che ha speso di meno l’anno prima, non ha convenienza a chiedere autonomia e si dovrà accontentare dei fondi standard, depauperati però del contributo della Regione Veneto, che d’ora in avanti tratterrà parte delle tasse prodotte nella sua Regione. Lo stesso discorso vale per la sanità, per il lavoro, per la gestione del territorio, per le infrastrutture e per tante altre materie. Insomma, il Veneto non vuol più contribuire con le sue tasse alla fiscalità nazionale e le altre Regioni avranno meno soldi, dovuti al minor gettito fiscale. Se poi tutte le Regioni ricche faranno lo stesso percorso, le Regioni più povere dovranno accontentarsi di quel poco che rimane della fiscalità collettiva. Alla faccia della solidarietà nazionale! E’ ovvio che arrivando a questo punto un prof. del Sud sarà costretto ad andare al Nord ma lì dovrà restare, perché il suo contratto non sarà statale, ma regionale, così come un medico e tante altre categorie di lavoratori. E’ altresì chiaro che in questo modo si amplia maggiormente il divario tra Nord e Sud, non solo in termini di risorse economiche, ma di risorse umane, strumentali e di gestione del territorio.

Ora mi chiedo due cose: La prima è cosa pensa Salvini di questa proposta di legge, dato che il cavallo di battaglia della sua (perenne e mai interrotta) campagna elettorale è “prima gli italiani”. Ora, con un Veneto pieno di poteri (e di soldi) e di fatto staccato dal resto d’Italia (e con Lombardia ed Emilia pronte a fare lo stesso) dovrà dire “prima il Nord, poi il resto degli italiani?”. Beh, sarebbe coerente con la politica della Lega fino a qualche anno fa. Oggi non più. E poi la seconda domanda è: ma cosa ne pensa il M5S il cui cavallo di battaglia è il reddito di cittadinanza? Oggi questa politica di sostegno si fa sempre più lontana da un Nord ricco e che vuole trattenere la sua ricchezza e sempre più vicina a un Sud che è meno aiutato dalle Regioni del Nord. Perché un minor gettito è uguale a minori entrate per lo Stato e minori politiche di perequazione.

Ma queste domande troveranno risposta non appena i due coniugi (M5S e Lega) divorzieranno e ognuno potrà fare la sua vera politica. Sempre che, nel frattempo, l’Italia non si sia spaccata in due. Se non in tre.
Infine, in tutte queste possibili spaccature prima o poi tornerà in auge anche il tentativo, da parte dei Neo-Borbonici, di riproporre la secessione del Sud e la ricostituzione del Regno delle Due Sicilie. Massì. Tanto, lo vediamo tutti i giorni, il Medioevo è oggi ed è qui.

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