Contributo per una nuova riforma agraria

Questo breve scritto è da considerarsi una bozza di un percorso che auspico possa diventare più ampio e articolato, con il passare del tempo e con gli approfondimenti del caso, riguardo numerose questioni che vanno lette nel loro insieme, tra cui: la questione agraria, la questione meridionale, il rapporto tra Settentrione e Meridione, la politica economica e monetaria, la politica industriale, il fabbisogno interno e l’importazione di materie prime, i rapporti geo-politici nell’ottica globalista, ecc. ecc.

Lo spunto per iniziare il percorso dalla questione agraria è dato da una considerazione di fatto che è lampante e sotto gli occhi di tutti: al Sud le terre sono in progressivo stato di abbandono, spesso oggetto di speculazione da parte delle cosiddette agromafie, ma anche di speculazione finanziaria da parte di immobiliaristi, oltre che di continua e selvaggia cementificazione. Quando sono utilizzate per il loro fine (ossia la produzione agraria), spesso lo sono da aziende che (giocoforza) sfruttano la manodopera a basso costo, generata da quell’esercito industriale di riserva proveniente dalle zone più povere dell’Africa, indotte allo sfruttamento da un sistema commerciale dominato dalla grande distribuzione (da qui il mio invito, in un vecchio articolo, ad abbandonare i centri commerciali) che impone prezzi talmente bassi da rendere antieconomica ogni attività agricola, con il continuo ricatto che tanto la stessa merce si può acquistare dall’estero a costi più bassi. In altre parole la GDO vuole la qualità italiana ma a prezzi cinesi e sa benissimo che, data la debolezza di tutto il sistema produttivo agricolo (specie al Sud), può operare siffatti ricatti e ottenere i risultati voluti.

Da cosa dipende questa debolezza?

Le ragioni sono molteplici, ma si possono ricondurre storicamente alla grande epoca delle riforme agrarie iniziate sin dall’Ottocento e protratte, a fasi alterne, fino agli anni Cinquanta, quando il processo di redistribuzione delle terre ai contadini fu compiuto. Sia chiaro, in quel periodo fu fondamentale effettuare questa mossa: frammentare il latifondo e dare ai contadini un appezzamento di terra da lavorare significava spezzare le catene del feudalesimo (che però sono sopravvissute comunque tra i notabili e piccoli intellettuali del Sud, quasi fino ad oggi) e garantire, attraverso la proprietà, un minimo di sussistenza alla classe contadina del Sud che, fino ad allora, era soggetta – chi più chi meno – alla dominazione feudale.

Il problema, però, è che se nelle regioni del Nord la frammentazione delle terre ha portato all’accentramento della gestione nelle mani di imprese cooperativistiche o, al più, consorziali (che nel tempo, però, hanno abbandonato la visione mutialistica per abbracciare quella del profitto), al Sud questo processo è stato molto più lento e ostacolato da dinamiche politiche e sociali che hanno fatto da contrappeso a qualsiasi tentativo di unificare la classe dei contadini e gestire la frammentazione delle terre in modo più o meno unitario. Quindi il contadino, trovandosi con un appezzamento di terreno, ma privo dei mezzi di produzione e impossibilitato ad accedere al credito per acquistarli, ha – spesso – condotto il suo lavoro come un tempo: con le sole sue forze, non riuscendo mai ad ottimizzare la produzione e a tirare fuori dal suo lavoro il minimo per campare, anzi, spesso ci ha rimesso. Difatti non c’è voluto molto prima che il suadente eco del reddito sicuro in fabbrica persuadesse i contadini ad abbandonare le terre per prendere la via del Nord o optare per l’industria che, piano piano, iniziava a svilupparsi al Sud.

Tra l’altro la mancanza di organismi di coordinamento tra i contadini ha portato alla schizofrenia produttiva: ognuno produce quello che gli pare, senza curarsi della sotto o sovraproduzione.

Ed è così che siamo arrivati a oggi. In Campania come in Calabria come in Puglia è facile imbattersi in case (molto spesso abusive) costruite in aperta campagna e gli alberi usati a mo’ di ornamento, che coprono piscine e campi da tennis, come è facile immaginare che l’abbandono delle terre è una diretta conseguenza non solo dell’antieconomicità della produzione agricola, ma anche della frammentazione della frammentazione: più passa il tempo e più quel piccolo pezzo di terra ottenuto dalla riforma agraria passa in eredità ai figli e poi ai figli dei figli e via dicendo. Se due o più fratelli non si mettono d’accordo su come gestire la terra (e avviene di continuo), può capitare che quest’ultima venga fisicamente divisa (con ulteriore frammentazione) o può capitare che venga abbandonata perché gli eredi non trovano un accordo.

Un po’ di numeri. SAT e SAU

Non è un caso che la SAT (superficie agricola totale) è in progressivo calo dal 1970 ad oggi. Si è ridotta negli anni Settanta, meno negli anni Ottanta e ha avuto una brusca accelerata dal 1990 ad oggi. L’Italia conta 16,7 milioni di ettari di SAT, ossia, in poche parole, di terra coltivabile. Giusto per fare una proporzione, nel 1961 la SAT era di 26,5 milioni di ettari. In altri termini in poco più di 50 anni ci siamo mangiati 10 milioni di ettari così, perlopiù costruendo case abusive, lasciando incolte le terre (che nel tempo diventano deserti) o usandole per impianti produttivi abbandonati dopo pochi anni.

E la SAU cos’è? La SAU è la superficie agricola utilizzata. E’ un calcolo che si basa su quanta terra viene usata dalle aziende agricole. Oggi si contano 12,4 milioni di ettari di SAU, con una diminuzione del 20% nell’ultimo ventennio. Nel 1971 avevamo 16 milioni e mezzo di SAU e poco più di 4 milioni di aziende agricole. Oggi abbiamo circa 1,6 milioni di aziende agricole e 12,4 milioni di SAU.

Considerazioni ne abbiamo? In nemmeno 50 anni abbiamo dimezzato le aziende agricole, ma non la SAU. Quindi ciò significa che abbiamo meno aziende che gestiscono più terreni rispetto al passato. Questo dato ricordiamocelo, perché ci servirà nel prosieguo dell’articolo.

Il trucco delle cooperative

Tutte le statistiche in tema di agricoltura (come questa, dell’ISTAT) non tengono conto di un aspetto essenziale: che molte cooperative, sia al Sud che al Nord, non sono vere e proprie cooperative, ossia enti produttivi organizzati in modo collettivistico, che organizzano la gestione dell’attività tra i soci (una testa, un voto), si dividono i guadagni e non hanno un fine esclusivamente di lucro, ma sono aziende private mascherate da cooperative, le quali in sostanza sfruttano i piccoli produttori, li pagano pochissimo e rivendono il prodotto finito a prezzi di mercato, senza sopportare i costi di produzione. E’ chiaro che anche le cooperative sono vittime del gioco della GDO (come detto in precedenza), ma sono sia vittime che carnefici. Per capire meglio il concetto, porto un esempio.

In Puglia l’80% della produzione olivicola è realizzata da piccoli produttori, senza Partita IVA, che, come detto, hanno magari un piccolo appezzamento di terreno e fanno l’olio. Ma siccome l’esigenza familiare si limita a pochi quintali d’olio all’anno, l’eccedenza la vendono. A chi? Alle cooperative, le quali acquistano le olive ad una certa cifra. Facciamo a 30,00 € al quintale. Il problema è che con quella cifra non riescono a pagarsi i tanti costi produttivi: aratura, fresatura, potatura, ecc. e quindi spesso vanno sotto costo, ossia quello che entra dalla vendita delle olive non è sufficiente nemmeno a coprire i costi di produzione.

Ciò detto, nelle cooperative questi tanti produttori non hanno voce in capitolo. Si iscrivono alla coop, ma lo fanno solo per conferire le olive. Punto. E pagano pure per farlo! (altro costo che devono sopportare). La cooperativa non li coinvolge in nessun aspetto decisionale o operativo. Né tantomeno fanno progetti sociali o dividono i guadagni.

Quindi abbiamo: tanti produttori che ognuno per sé provvede ai mezzi di produzione, una cooperativa che in realtà non coopera e un prezzo di vendita che non copre nemmeno i costi. In questo quadro sono in tanti ad abbandonare le terre, perché non più convenienti.

L’affare Xylella

Sempre restando con l’esempio della Puglia, è evidente che i disseccamenti degli ulivi che hanno interessato la Puglia meridionale sin dal 2010 e che sono scoppiati nel caso Xylella dal 2013 (non approfondisco ulteriormente, ne ho già parlato qui), hanno portato da un lato i piccoli produttori ad abbandonare ulteriormente le terre, dall’altro le associazioni di categoria a spingere verso le coltivazioni intensive, prospettando un sistema produttivo più efficiente, a danno delle cultivar locali, che producono olio di ottima qualità ma che non possono essere gestite in modo intensivo. L’abbandono delle terre unito ai disseccamenti, agli abbattimenti coatti degli ulivi, alle sanzioni per chi non si adegua alle misure di contenimento (che prevedono multe salatissime) e a politiche ministeriali volte a ristorare i danni delle sole aziende agricole, trascurando completamente i piccoli produttori (che, si è visto, rappresentano l’80% della produzione olivicola locale), spingono la gente a togliersi d’avanti l’ingombro della terra, spesso venduta o data in gestione a cifre irrisorie. Da qui si prospetta l’obiettivo, da parte di molti soggetti economici, di ricreare un nuovo latifondo, di stampo capitalista.

Il latifondo 2.0

Vi ricordate quando dicevo che al ridursi delle aziende agricole, in questi decenni, non si è ridotta in progressione la SAU? Questo è l’effetto della gestione di stampo capitalista delle terre. I capitalisti sono fatti così, cercano di monopolizzare e di far fuori i piccoli. Lo fanno sempre, con tutti. In altre parole: più è sconveniente per i piccoli produttori gestire la terra e più quest’ultima si accentra nelle mani di poche aziende, più o meno grandi e più propense a gestire i mezzi di produzione, accedere al credito, sfruttare la manodopera a basso costo (vedi quest’articolo) e fare affari sia con la GDO che con la finanza (per non parlare delle agromafie). Non è un caso che a Rosarno come a Nardò come nel foggiano le PMI del settore agricolo siano in mano alla criminalità organizzata. Ma senza scomodare i mafiosi, l’obiettivo di molte aziende del settore è di accentrare, ottenere terre (in affitto o in proprietà, a bassissimi costi) e produrre non secondo la logica del bisogno, ma secondo la logica del profitto. Inoltre uno degli obiettivi preminenti soprattutto da parte delle associazioni di categoria e delle grandi aziende agrarie è di ricostituire un blocco capitalista, insieme all’industria e in accordo con la politica (trasversale dal PD ai 5S alla Lega, che sono sempre e comunque rappresentanti della borghesia e quindi del capitalismo. Basti vedere che non pestano mai i piedi a Confindustria) per riprendere il dominio sull’economia e in particolare su tutti i mezzi di produzione, a scapito delle classi più deboli. E qual è uno degli obiettivi a più alto profitto che si sta generando in questi anni?

il nuovo affare delle biomasse

Presto sentiremo parlare diffusamente di bioeconomia. Con l’avvento della nuova politica ambientalista dell’Unione europea in materia di eliminazione delle plastiche e con la sempre crescente politica di riduzione delle materie prime fossili in tema di energia a vantaggio delle biomasse, la produzione agricola si sposterà dalla materia del sostentamento alla materia energetica e industriale. In altre parole: le terre serviranno per produrre nuovi semilavorati industriali che andranno a sostituire quelli di matrice petrolifera o, comunque, inquinante, e le piante serviranno a produrre nuova energia, detta rinnovabile, ma di rinnovabile c’è solo il nome (ne ho parlato qui, quando parlavo di auto elettriche).

Dunque un’azienda che ha come obiettivo il profitto e non la soddisfazione di bisogni primari da parte della sua comunità di riferimento, quando gli verrà detto: scegli, o produci olio a margini ridotti oppure biomasse a margini altissimi, cosa sceglierà? E le agromafie su cosa si butteranno a capofitto? Qui, oggi, è in gioco il nostro futuro e la nostra terra. Riflettiamo un attimo: i piccoli produttori abbandonano le terre, perché indotti da un sistema che rende la produzione agricola frammentata antieconomica, la GDO detta i prezzi (al ribasso), le agromafie sfruttano i lavoratori a basso costo, le biomasse diventano il miraggio di nuovi guadagni del futuro e un nuovo latifondo sta per essere ricreato. Voi come la vedete questa cosa?

Ricostruire il latifondo sociale

Non c’è una soluzione immediata o indolore a questi problemi. Ma c’è un percorso da intraprendere e che può partire dal basso, soprattutto dal ribaltamento delle soluzioni trovate dagli avversari: ricostruire un nuovo latifondo, ma orizzontale, condiviso, socializzato, anti-capitalistico, mutualistico, che abbia come obiettivo non il profitto (quello è una conseguenza che va collettivizzata) bensì la soddisfazione di bisogni primari e il ripristino della dignità di chi lavora la terra. L’obiettivo è quello di:

  • mettere a produzione le tante terre abbandonate unendo le proprietà;
  • costituire cooperative sociali in grado di gestire il latifondo in modo efficiente, intensivo o estensivo, a seconda dei bisogni e tenendo presente le esigenze produttive, così che si possa creare coordinamento tra le diverse colture e le esigenze del mercato;
  • gestire in modo unitario e collettivo i mezzi di produzione, in modo da abbattere i costi ed efficientare i sistemi di produzione;
  • creare sinergie tra gli operai industriali del Nord e i comparti agricoli del Sud per ottenere mezzi di produzione che rendano efficiente il sistema produttivo rispettando comunque le cultivar locali, la conformazione geo-fisica del territorio e il paesaggio;
  • accedere al credito bypassando il sistema bancario (capitalista, dunque tendente al profitto e quindi speculatore) e ottenendo le risorse iniziali per mettere a regime il sistema collettivo di gestione delle terre attraverso forme di credito orizzontali, autofinanziamento, fondi pubblici o altre forme che non comprendano gli istituti di credito canonici;
  • riconoscere ai lavoratori (siano essi italiani o stranieri) un giusto salario e far pagare ai consumatori un giusto prezzo, secondo un contratto etico stipulato tra la cooperativa e il consumo;
  • imporre in agricoltura un modello che si proietti a ridurre l’orario di lavoro a parità di salario, così da ridistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione;
  • riconoscere ai proprietari un canone d’affitto equo, con la tendenza, però, di massima, a superare il concetto di proprietà in relazione ai mezzi di produzione;
  • imporre a tutte le forze politiche di ridurre il carico fiscale nel comparto agricolo, in particolar modo per le aziende costituite in cooperative;
  • effettuare sui terreni tutte quelle pratiche agricole che superino l’uso di sostanze chimiche dannose sia per l’ambiente che per la salute umana;
  • erodere la filosofia dei consumi a vantaggio della filosofia dei bisogni.

Come si fa?

Non è facile mettere in pratica questi pochi principi, perché ci si scontra sempre con un sistema ultraliberista e capitalista che danneggia qualunque buona intenzione che possa erodere il profitto. Quando tocchi i soldi a un capitalista, è capace di ucciderti. Ma qui stiamo parlando di terra, di salute, del cibo che mangiamo tutti i giorni e non possiamo più permettere a questa gente di decidere sul nostro futuro e su ciò che diamo da mangiare ai nostri figli, soprattutto oggi che l’agricoltura sta diventando una branca del sistema industriale globale e presto sottrarrà cibo per creare energia e prodotti industriali.

La prima cosa da fare è di recidere qualsiasi rapporto con le associazioni di categoria, che rappresentano solo l’autocrazia capitalistica e gli interessi di poche lobby industriali e politiche volte a sfruttare le terre per spremere denari, a tutto svantaggio delle comunità locali e del fabbisogno interno. Occorre creare sinergia tra tutte quelle piccole realtà produttive, spesso costituite in imprese individuali, che non riescono a gestire da soli un’attività, ad imporsi sul mercato e a proporre le proprie produzioni, mentre con un sistema mutualista riuscirebbero a fare sintesi e ad unire le energie. Inoltre con gli attuali mezzi di diffusione delle idee, ossia con il web, si riuscirebbe a far conoscere le produzioni locali e a costituire, nel tempo, una filiera che possa diventare alternativa e parallela alla GDO. Esempi di piccole imprese che fanno tutto questo, promuovendo le produzioni d’eccellenza locale ci sono, basta solo metterle in rete.

Infine occorre disegnare un sistema normativo che possa gradualmente superare i vincoli della proprietà privata dei mezzi di produzione affinché prevalga l’utile sociale rispetto ad una sedimentazione di interessi vantaggiosa solo al profitto di altri, non del proprietario. In altre parole occorre un sistema normativo in grado di superare (non eliminare) la proprietà privata delle terre quando questa diviene un’ostacolo allo sviluppo della comunità e alla produzione agricola capace di dare vantaggi sia a chi produce sia a chi consuma, il tutto nel rispetto dei primi e dei secondi.

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