Lo ius soli. Divide et impera.

IUS SOLI

Un occhio verso una tematica tanto importante quanto trattata con populismi e approssimazioni

Partiamo da un semplice assunto: è giusto dare la cittadinanza a persone che vivono nel nostro Paese e, nel rispetto delle differenze culturali e sociali, si integrano con la popolazione locale e contribuiscono, come dice la Carta Costituzionale, al progresso materiale e spirituale della Società? Si, chiaro.
E’ giusto dare la cittadinanza a chi nasce nel nostro Paese da genitori stranieri e ancora non sa se e come potrà integrarsi con la Società e contribuire al progresso materiale e spirituale della Società? Forse, dipende.
E’ sospetto che questa tematica sia stata ferma per due anni alla Camera e oggi, passata al Senato, se ne invoca l’immediata approvazione da parte di un partito (il PD) che ha sempre dimostrato di approvare le leggi non per l’interesse generale ma per interessi altri, spesso tenuti nascosti? Beh, qualche dubbio ce lo poniamo.

Il punto principale è che l’accesso alla cittadinanza, così com’è impostato ora, è equilibrato e giusto. Si permette allo straniero, decorso un certo lasso di tempo, di integrarsi, crearsi una vita e, ottenuta la cittadinanza, trasferirla ai propri figli per ius sanguinis.
Quindi vediamo com’è ora e come cambia la legge in discussione.

COM’È ORA (legge 91/1992).

Riceve la cittadinanza chi è nato in Italia da genitori stranieri, ma solo al compimento dei 18 anni e a condizione che sia residente in Italia dalla nascita.
Lo ius soli si applica anche in due altri casi eccezionali: chi nasce da genitori ignoti o apolidi oppure se il minore è figlio di ignoti e si trova nel territorio italiano.
Per il resto si applica lo ius sanguinis (è cittadino chi è figlio di almeno un cittadino italiano).

COME FUNZIONERA’ DOPO?

Se passa la legge, acquisisce la cittadinanza il figlio dello straniero che risiede in Italia con un “permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo”, che può essere richiesto con facilità da chi soggiorna in Italia da più di 5 anni con un permesso di soggiorno, ha un reddito di poco meno di 6.000,00 euro l’anno e ha superato un banale test di lingua italiana. I figli di costui possono ricevere la cittadinanza con una semplice dichiarazione presso il comune di residenza. Con la riforma si applica anche lo ius culturae che prevede l’ottenimento della cittadinanza per il minore straniero, nato o entrato in Italia entro il dodicesimo anno di età, purché abbia frequentato regolarmente e con profitto, per almeno cinque anni, uno o più cicli di studio, anche professionali.
Detto ciò, faccio una breve riflessione.

Credo che abbiamo perso il senso della misura. L’accesso alla cittadinanza finora era equilibrato e veniva consentito allo straniero dopo aver fatto un (presunto) percorso di integrazione sociale; la legge è stata introdotta in un periodo in cui i flussi migratori erano tutto sommato gestibili, tant’è che le comunità di stranieri, a parte poche eccezioni, negli anni si sono integrate nel tessuto economico e sociale nazionale.
Oggi no. Oggi gli enormi flussi migratori, forse pilotati, ma comunque ingestibili, stanno provocando profonde spaccature in seno alla nostra società, spaccature non solo nel tessuto sociale, ma anche nei loro stessi confronti, ossia nei confronti di poveri cristi che scappano dalla miseria e dallo sfruttamento, sfaldando famiglie e culture locali, per giungere inconsapevolmente verso altre forme di sfruttamento e miseria, in culture “altre”, talvolta incomprensibili e senza adeguati strumenti di integrazione. Inadeguati in quanto è impossibile gestire flussi migratori enormi.
Come detto, l’accesso per ottenere il permesso di soggiorno di lungo periodo è piuttosto agevole e il reddito annuo garantito è molto basso, il quale non consente il sostentamento dello straniero e della sua famiglia, ma consente comunque l’accesso – per chi ottiene la cittadinanza – a sussidi statali e locali.

Ma questa è un’altra storia.

Vorrei fare giusto due considerazioni, parlando della necessità – da parte dell’UE e delle Nazioni Unite – di prevedere il ripopolamento del Vecchio Continente da parte di migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia, senza scendere in facili complottismi e insulsi razzismi.

Migrazioni di ricambio

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Kofi Annan, tratto da Wikipedia

Nel 2000 uno studio dell’ONU intitolato “Migrazioni di ricambio: una soluzione per le popolazioni in declino e invecchiamento” dichiarava che entro il 2025 l’Europa avrà bisogno di 159 milioni di migranti per sopperire alla carenza di nascite nel vecchio continente. Il rapporto precisava che attualmente il tasso di fertilità medio si attesta su 1,4 figli (1,2 figli in Italia) e che occorre arrivare almeno a un rapporto di 2 figli per famiglia. Lo stesso Kofi Annan dichiarava, qualche anno dopo, che “l’Europa ha bisogno di migranti, altrimenti rischia la stagnazione”.
Ancora, quasi 15 anni dopo, il segretario dell’ONU, Ban Ki-moon, ritornava sull’argomento, dichiarando a Dublino, in occasione dei 60 anni dell’ingresso dell’Irlanda nell’ONU, che l’Europa ha bisogno di migranti, glissando l’argomento “aiuti alle famiglie” e sottolineando che occorre aprire le porte ai migranti per ottenere nuova forza lavoro.
Ora una domanda sorge spontanea: perché prevedere l’accesso di un numero elevatissimo di migranti quando sarebbe sufficiente promuovere politiche a favore della famiglia? Tutti sappiamo perché in Italia (e in genere in Europa) il tasso di natalità è basso: mancano i soldi, il lavoro è precario, sono crollati i valori della famiglia (l’argomento meriterebbe un esame a parte) e, in generale, non ci sono le condizioni per mantenere più di un figlio in seno a una famiglia.
Ma un’altra domanda sorge ancora più spontanea: se già da tempo le più grandi istituzioni mondali (ONU e UE) ne parlano e ciclicamente tornano sull’argomento, non vuoi che il fenomeno migratorio sia indotto e non spontaneo? E non sorge un dubbio se le guerre in Africa siano volte non solo ad accaparrarsi giacimenti, ma anche a spingere la gente a scappare dalla guerra e dalla fame? E’ sospetto che dopo l’uccisione di Gheddafi, nel 2011, la Libia sia diventata terra di conflitti armati, ma prima terra di accesso dei migranti verso le coste italiane. Da allora ad oggi il fenomeno migratorio si è esteso a tal punto da diventare ingestibile.
In questo quadro di instabilità politica in Medio Oriente e di continui proclami al ripopolamento europeo è ovvio che qualche dubbio sorga, se pensiamo che un buon modo per “costringere” le persone ad emigrare sia quello di ridurli alla fame e distruggere i posti in cui vivono.

Il fantomatico piano Kalergi e la sostituzione etnica europea

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Coudenhove-Kalergi, 1926

Molti complottisti dell’ultima ora hanno, da qualche anno, riesumato il “Kalergi-pensiero”, cioè quello di un uomo vissuto durante le due guerre (nato nel 1894 e morto nel 1972) e autore di numerosi scritti (“Pan-Europa. Un grande progetto per l’Europa unita”, “Praktischer Idealismus” sono i principali) in cui immaginava un’Europa unita, multiculturalista, multietnica e pacifista. Il suo pensiero probabilmente non è mai stato interpretato correttamente, ma alcune sue frasi sono servite da leit motiv per immaginare, da parte dei complottisti, una sostituzione razziale europea in atto. “L’uomo del lontano futuro – diceva Kalergi – sarà di sangue misto (Mischling). La razza futura (Zukunftsrasse) eurasiatica-negroide, simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli con la molteplicità degli individui”.
Ora, lungi dal voler interpretare il pensiero di questo intellettuale anche perché non ho mai letto le sue opere e non conosco il tedesco (“Praktischer Idealismus” si trova in rete solo in lingua originale e non è possibile trovare una traduzione nemmeno su cartaceo) mi limito ad osservare i fatti e la curiosa corrispondenza tra il progetto multiculturalista di Kalergi e la realtà che in questi ultimi anni ci circonda.

Le corrispondenze sono tante, certo, ma non oserei parlare di un “piano” voluto da oscuri e indefiniti “poteri forti”, bensì di un fenomeno che trova molte corrispondenze con il pensiero di questo personaggio tanto oscuro quanto stimato, tanto da aver vinto la prima edizione del premio “Carlo Magno” il quale è un premio annuale conferito dalla città tedesca di Aquisgrana a personalità con meriti particolari in favore dell’integrazione e dello sviluppo dell’Unione Europea. L’ultimo premio, nel 2017, è andato a Papa Francesco, mentre altri vincitori sono Martin Schulz (2015), Herman Van Rompuy (2014) e Angela Merkel (2008). Qui trovi tutti i vincitori.

L’antropologia culturale e i processi migratori

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Marc Augé, Antropologo

Anzitutto è una questione di numeri, e di tempo. Le scienze sociologiche e antropologiche ci hanno insegnato che ogni comunità, grande o piccola che sia, si fonda su legami di comunanza e talvolta identitari, concretizzati in lingua, miti, riti, tradizioni, usi e costumi che caratterizzano un certo popolo. Ecco che il Patrimonio Culturale immateriale di un popolo rappresenta quel collante sociale che la nostra Carta Costituzionale tutela quando, all’art. 2, parla di “formazioni sociali” ove l’individuo svolge la sua personalità. Con l’affermarsi dello Stato-Nazione è sorta così l’esigenza di trovare un senso di “identità” in un territorio ampio e spesso composto da più comunità con diverse culture di riferimento. E’ il caso dell’Italia o della Spagna, dove ogni territorio ha una sua specificità culturale e sociale. Caso diverso, ma tutto sommato simile, è quello delle minoranze, le quali o vengono tutelate (si pensi per esempio alle minoranze etnico-linguistiche presenti in Italia, come quelle griche della Provincia di Lecce e di Reggio Calabria, dai catalani di Alghero, dai serbo-croati del Molise, dagli albanesi sparsi in varie zone dell’Italia meridionale e della Sicilia e dai tedeschi delle valli del Monte Rosa e di alcuni comuni isolati del Trentino, del Veneto e del Friuli. Oggi queste minoranze hanno ottenuto una lieve tutela dalla L. 482/1999) oppure vengono represse e inglobate nell’ambiguo concetto di “identità nazionale”.
Quando avvengono i processi migratori, il tessuto sociale di riferimento si sfalda, le famiglie si spezzano e il proprio humus culturale viene forzosamente trasferito in altre culture e in altri luoghi dove spesso non viene né compreso né metabolizzato, ma anzi rigettato, e così si formano i ghetti e le comunità di provenienza tendono a compattarsi tra loro, creando il fenomeno dell’intolleranza e dell’emarginazione. E’ accaduto con i nostri emigrati italiani in Svizzera, in America e in altre parti del mondo. Accade oggi in Italia con i fenomeni migratori di massa, dove in ogni città le periferie vengono popolate, vengono aperti negozi etnici, le case abbandonate (e spesso inidonee) vengono abitate e interi quartieri subiscono veloci, profondi e visibili mutamenti. In questi “non luoghi”, secondo l’antropologo Marc Augé non c’è identità, non si intessono relazioni, né si crea integrazione, non c’è un rapporto diretto con la propria cultura, né con quella “ospitante”.
In questo contesto il concetto di multiculturalismo e di ricerca di nuove forme d’identità è la chiave di lettura verso l’integrazione e verso la ricerca di nuovi sensi di appartenenza, in sintesi tra le proprie origini e l’assimilazione della cultura del luogo di approdo. Si tratta di uno sforzo che ambo le “parti” (le comunità di migranti e la comunità autoctona) debbono fare in un’ottica di autoriconoscimento e di sintesi e mescolanza delle proprie culture. Ciò è un processo naturale che non si svolge dall’oggi al domani, ma in anni e grazie a politiche volte all’integrazione. Del resto l’Italia è un coacervo di etnie provenienti da svariate parti del Mondo che si sono fuse in millenni di storia.
Oggi però assistiamo a un fenomeno molto diverso. Da un lato ci troviamo ad assistere a flussi migratori enormi, dall’altro vediamo come le stesse organizzazioni sovranazionali favoriscano tali flussi e dall’altro ci troviamo a vivere in una società profondamente spaccata dalla cultura global, dal rifiuto e dall’annientamento lento e costante del concetto di socialità e di “localismo” e da un prorompente sviluppo della cultura individualista, alimentata dal concetto di consumo, dalla digitalizzazione delle coscienze e dal controllo dei comportamenti attraverso sempre più invasive tecniche di marketing digitale. A ciò si aggiunga la destrutturazione del sistema scolastico e la progressiva de-alfabetizzazione che ci ha portato ad essere “analfabeti funzionali” nonostante i titoli di studio conseguiti.
In quest’ottica complessa in cui vengono messi continuamente sotto attacco i valori sociali di una certa comunità è chiaro che l’apertura a fenomeni migratori di massa comporta criticità e conflitti sociali non sempre arginabili. Comporta anche la creazione di un multiculturalismo truccato da falsi miti dell’accoglienza ma da reali crisi identitarie e da possibili e pericolosi fenomeni di emarginazione e crescita costante di individualismi a scapito della coesione sociale.

Il multiculturalismo truccato

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La costruzione di un’identità e il rinsaldamento di legami sociali sono fenomeni lenti e progressivi, che si creano in un tessuto sociale sano e attraverso l’assimilazione lenta e costante del “diverso”, visto dapprima come elemento destabilizzante e poi, dopo, come cittadino di fatto e membro della comunità. In quest’ottica il multiculturalismo è un fenomeno che si crea gradualmente, attraverso la conoscenza e l’assimilazione di regole sociali da parte degli attori in gioco: da una parte lo straniero si adegua, lentamente, alle regole del gruppo e dall’altra il gruppo conosce, acquisisce ed elabora le regole del luogo di provenienza dello straniero, in una sorta di mutuo riconoscimento e sintesi delle “opposte” regole.
Tuttavia quando il gruppo sociale, già sfaldato e in crisi da un sistema capitalista e individualista, assiste a un fenomeno di migrazione veloce e massiccia e vede giungere nei propri luoghi masse di persone provenienti da diversi paesi e diverse culture, allora il fenomeno d’integrazione s’inceppa in quanto mancano gli strumenti per la sua realizzazione: la coesione sociale, la capacità di comprendere le culture altre e il tempo di assimilarle.
Qui entrano in scena le Istituzioni, attraverso le proprie diramazioni (media, politica, associazionismo) che ci convincono che bisogna accogliere, avere umanità, contribuire a creare una società multiculturale. Ma qui l’umanità non c’entra (è solo il grimaldello per ottenere sensi di colpa) e il multiculturalismo, in una società spaccata e individuale, diviene truccato. Non si tratta quindi di avere umanità, ma di dotarsi prima degli anticorpi necessari per difenderci da un sistema consumista e individualista e ricreare il senso di comunità, anche grazie agli stranieri, ma con numeri e tempi adeguati.

L’esercito industriale di riserva

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Karl Marx

Altro aspetto da non trascurare nella politica dell’accoglienza di massa è quella legata al sistema lavoro e ai nuovi sfruttamenti.
Già, perché fu lo stesso Marx a mettere sull’attenti la classe operaia parlando di “esercito industriale di riserva”, ossia di quella massa di disoccupati, non specializzati, che serve al sistema capitalistico per sopravvivere e attuare il plusvalore attraverso la riduzione del capitale variabile, ossia dei salari della classe operaia, specializzata e tutelata dai diritti acquisiti.
Insomma, i migranti di oggi, che giungono in massa in Italia, rappresentano il nuovo sottoproletariato, l’esercito di riserva da sfruttare, però legalmente, senza il fardello dei permessi di soggiorno. Un esercito di sfruttati e con l’accesso al voto.
Ora si potrebbe dire, citando uno dei miei film preferiti, che la classe operaia è andata in paradiso (ma nel senso che è morta) e che i migranti fanno quello che gli italiani non vogliono fare. Certo, sempre nell’ottica dello sfruttamento e della dequalificazione. Perché più aumentano i disoccupati, più diventa antieconomico fare certi lavori, più aumenta il conflitto sociale e razziale e più si alimenta il sistema capitalistico, a scapito non solo della classe operaia, ma di tutte le classi in gioco.
Difatti i nuovi cittadini saranno i nuovi sfruttati, tanto quanto noi e, nella guerra tra poveri che si consumerà da qui a qualche decennio, gli unici ad ottenere i vantaggi non saranno loro in quanto cittadini, ma le grandi distribuzioni, i signori della terra, i padroncini dei trasporti, i re dei grandi e-commerce e tutte le piccole e medie aziende del cosiddetto “quarto capitalismo”.

L’accesso alla cittadinanza è davvero una questione prettamente interna?

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Beppe Grillo

Beppe Grillo, in un recente post, ha scritto che la questione dello ius soli è anche europea. Rapida la risposta da parte della Commissione UE: i criteri per la cittadinanza sono di competenza nazionale. Eppure sappiamo tutti che la cittadinanza di un qualsiasi paese UE apre le porte, grazie al trattato di Schengen, alla libera circolazione delle persone su tutto il territorio dei paesi aderenti all’UE. Quindi delle due l’una: o la Commissione UE e gli altri Paesi (quelli contrari ad accogliere i migranti) non lo sanno, oppure è tutto un gioco per evitare conflitti sociali nei propri paesi, dichiarandosi contrari all’accoglienza, ma di fatto aprendo le porte, grazie all’Italia, all’accoglienza forzosa. Insomma, la questione della cittadinanza non è solo interna all’Italia, ma dovrebbe coinvolgere tutta l’Europa.

Per concludere…

Sono decenni che è in atto la disgregazione delle società e delle comunità locali in individui, in monadi isolate, private dei valori di fondo che compongono e tengono coesa una comunità. Non parlo del concetto di nazionalismo o “spirito del popolo” di ottocentesca memoria, ma del concetto di comunità dal punto di vista etno-antropologico, cioè di un complesso di regole sociali, miti, riti, credenze, che identificano una comunità e rappresentano l’humus sul quale la comunità stessa si riconosce e si sviluppa. La carta costituzionale, infatti, ha riconosciuto questo concetto parlando di “formazioni” sociali ove si svolge la personalità dell’individuo.
Questi tentativi di disgregare le comunità hanno però trovato ostacoli nell’antiglobalismo e nella riscoperta delle culture locali, che già da 20 anni hanno rappresentato il leit motiv della salvaguardia dei Patrimoni Culturali mondiali, come antidoto alla globalizzazione. Peccato però che anche questa forma di “ripresa del concetto di comunità” è stato disgregato dall’industria del turismo e del divertimento, di ovvia matrice consumista.
Perché parlo di questo? Perché non si può capire il fenomeno delle migrazioni di massa (pilotate o comunque volute anche grazie alle guerre create ad arte) se non si capisce qual è la strada che il neo capitalismo sta percorrendo per disgregare le comunità locali e attuare una società aperta, non basata sul multiculturalismo, ma sul conflitto sociale e l’affermazione di un individualismo strutturato.
Ciò comporta la perdita totale della coscienza di classe, l’amplificazione della guerra tra poveri e la creazione di nuovi sfruttamenti, però legalizzati. Il tassello fondamentale per creare questa “nuova società” è l’allargamento del concetto di cittadinanza, fino alla sua futura sparizione, perché la cittadinanza non è solo vuota burocrazia, ma è l’assunzione di diritti e doveri in un quadro sociale coeso.
Peccato che però, a vedere il quadro sovranazionale, le guerre pilotate, i fenomeni migratori di massa, l’individualismo sfrenato, il consumismo cronico e un neo-capitalismo rampante, dare la cittadinanza in modo veloce non è altro che l’ennesimo tassello verso un multiculturalismo truccato e un nuovo consumismo macchiato da disgregazioni sociali e nuove debolezze. Divide et impera.

4 pensieri riguardo “Lo ius soli. Divide et impera.

  1. Grillo ha fatto una pessima figura sulla questione dello ius soli. Prima si schiera con la Lega contro la proposta di legge, e poi, una volta accortosi che così facendo rischia di perdere i voti dei sinistri delusi dal PD, sostanzialmente scarica la patata bollente ad altri, dicendo che dobbiamo far decidere alla Commissione Europea. Ma come? Proprio lui, che era partito facendo fuoco e fiamme contro l’UE, adesso mi diventa europeista? Cambiare idea è segno di intelligenza, per carità, ma in politica la cosa fa saltare la mosca al naso… sei d’accordo?

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    1. Grillo parte da motivazioni molto diverse dalle mie nell’analisi della questione cittadinanza, abbracciando teorie simil-complottiste, xenofobe e antistoricistiche di matrice leghista e di estrema destra. In effetti sono le stesse “filosofie” che ha abbracciato non appena insediatosi nel Parlamento Europeo, stringendo accordi con Farage, salvo poi ricredersi e rinviare tutto “a data da destinarsi”. Ora balla tra l’europeismo e l’antieuropeismo, senza prendere posizione, per paura – come ben dici – di perdere voti dalla sinistra delusa dal PD. E’ il destino che hanno tutti i “leader” senza substrati ideologici alle spalle e nel tempo lo vedremo ballare tra numeri elettorali altalenanti, perché non ha una solida base ai piedi. Secondo me non ha cambiato idea, sta solo prendendo tempo perché sa che l’antieuropeismo, in fondo, è una gran cazzata.

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      1. Grazie per il suggerimento, lo guarderò molto volentieri! Dal mio piccolo ti suggerisco di leggere “modernità liquida” di Bauman e un po’ tutti i libri di Galimberti (in particolare “l’ospite inquietante”), ma in rete, per fortuna, a parte i siti complottisti, c’è tanto altro materiale interessante per analizzare la triste realtà in cui viviamo…

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