Da Occhetto a Pisapia: la Cosa ritorna.

I più “vecchi” di voi si ricorderanno di un certo Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista, che ha “guidato” la caduta del partito a seguito della caduta del muro di Berlino e del definitivo disfacimento del totalitarismo comunista nei Paesi dell’Est Europa. Ricorderete anche la svolta verso un “comunismo moderno” che Occhetto volle dare, sin dalla caduta del PC, parlando di una cosa.

Ma che cosa? Probabilmente nemmeno lui lo sapeva, ma sta di fatto che presto sarebbe diventata tanto brutta quanto la vespa che la Piaggio realizzò proprio in quegli anni e che chiamò, appunto, “cosa”.

1988_COSA
Vespa Cosa (museopiaggio.it)

La “cosa” è stata l’oggetto di una lunga discussione politica in seno al partito che avrebbe portato, di lì a poco, alla fondazione di un nuovo soggetto politico: Il PDS (Partito Democratico della Sinistra), un partito chiaramente confuso, senza più appigli ideologici e senza un chiaro linguaggio politico, tanto che di lì a poco, nel giro di 10 anni, si passò dal PDS ai DS (Democratici di sinistra), anche grazie all’intervento di un rampante Massimo D’Alema e poi, pochi anni dopo, nel 2006, dai DS all’attuale Partito Democratico. Inutile dire che la frammentazione del PC comportò la nascita di tanti soggetti politici di sinistra (come Rifondazione o Comunisti italiani) che, negli anni, a volte appoggeranno i vari governi di centro-sinistra, a volte contribuiranno a farli cadere, a volte, pur essendo al governo, manifesteranno in piazza…contro loro stessi!

Insomma, è chiaro che in 30 anni la sinistra ha cambiato varie forme ma la sostanza è rimasta pressoché la stessa, ossia grande confusione e incapacità di riflettere sui cambiamenti sociali, politici, economici e geo-politici internazionali e incapacità di elaborare un nuovo linguaggio di sinistra, basato su nuove esigenze, nuove problematiche da affrontare, però, con i solidi princìpi della sinistra: tutela delle fasce deboli della popolazione, anti-capitalismo e superamento della concezione privatistica dei beni comuni, socialismo applicato, uguaglianza sostanziale, potenziamento e crescita dell’istruzione e del sapere collettivo, in modo da creare una società coesa, consapevole e “libera”, oltre al superamento dei privilegi di classe (di casta o di lobby).

Diciamo la verità, i dirigenti del PC dei primi anni Novanta hanno voluto chiaramente aderire al sistema capitalista, rinnegando completamente il passato e spingendo l’Italia verso un modello liberale, cioè quel modello che oggi ha rappresentato la prima grande causa dell’attuale crisi economica, che ci porteremo dietro per numerosi decenni. E’ vero che la storia ci ha traghettati verso il rinnegamento dei regimi totalitaristici, ed è stato giusto e storicamente coerente chiudere con l’esperienza del PC, ma da allora ad oggi mai nessuno ha voluto interrogarsi sull’applicazione dei valori della sinistra nelle esigenze moderne e sull’uso di metodologie e linguaggi moderni. E’ stato più facile, da parte dei dirigenti del PC, abiurare il passato e abbracciare il modello capitalista, come ha subito fatto Achille Occhetto, quando è andato negli USA a dichiarare di essere contrario al regime comunista cinese o quando ha incontrato Lech Walesa, allora leader dell’opposizione polacca al regime comunista, dicendosi vicino alle sue posizioni. Negli anni, poi, la dicotomia sinistra/liberismo ha prodotto frutti nocivi, se pensiamo alle privatizzazioni approntate dal duo Prodi/D’Alema, alla destrutturazione dello Stato sociale e alle sempre più pressanti spinte alla precarizzazione nel mondo del lavoro, tutto nel nome di un liberismo spinto, peggiore di quello inglese, che ha portato la gente a non avere più tutele quando è scoppiata la crisi economica e ad estremizzare il disagio sociale verso l’odio razziale, l’antipolitica e l’appoggio a ideologie estremiste e populiste.

Si ripete lo stesso errore: La cosa del 2017, ossia Art. 1 MDP

Ed eccoci ai giorni nostri. E’ ormai evidente che il PD, con Prodi, D’Alema, Rutelli, Veltroni, le anime “bianche” del centro e del centro (centro) sinistra, i liberali, gli ex comunisti pentiti, i cattolici e i catto-centro-comunisti, le lobby, gli affaristi, i banchieri, Confindustria e persino con amministratori locali in odor di mafia, è un partito talmente eterogeneo, frammentato, affaricentrico e incapace di discutere che, giocoforza, viene governato in modo centralizzato e con un occhio di riguardo verso le lobby. Bastano poche prezzolate persone per imporre una linea di pensiero e di intervento, alla faccia della discussione, della base e della sintesi politica. E oggi quelle poche persone (Renzi e il suo entourage) stanno traghettando il PD verso un liberismo malato, un populismo spiccio (con contorni di putrido nazionalismo) e un notevole servilismo europeista. In questo quadro appare ovvio che molte anime “di sinistra”, incapaci di cambiare il partito dall’interno, vogliano fuoriuscirne e formare un nuovo soggetto politico. Bene.

Peccato che però, come al solito, non si impara mai dagli errori. Il buon Pisapia, che ritengo una persona valida, sta però percorrendo gli stessi passi dei suoi predecessori di quasi 30 anni fa: creare un soggetto politico con dirigenti liberisti e che si sono dimostrati incapaci di disegnare un modello nuovo di sinistra (Prodi, D’Alema, persino Bersani, che si stupisce che non avvenga un nuovo ’68. Quasi mi fa tenerezza la sua incapacità di analizzare la realtà…) e tentare di costituire un soggetto ampio, capace di “dialogare con il PD”, in cui tutti sono benvenuti, persino Renzi.

Dunque torniamo alla cosa, un elemento ibrido, informe, privo di valori fondanti in cui riconoscersi, privo di capacità di analisi politica, privo persino di contenuti, ma “aperto” a tutti. Da questo modello politico cosa può nascere? Un nuovo fallimento, chiaro. Sembra quasi che a questa gente importi più riempire le piazze, darsi un colore nuovo (questa volta è l’arancione…anzi, un rosso sbiadito…) ma evitare qualsiasi forma di analisi, di discussione, di un seppur minimo sforzo teso a riscrivere il linguaggio della sinistra e il suo relativo vocabolario, un vocabolario che la “base” possa comprendere, assimilare e in cui possa riconoscersi e che possa rappresentare il primo – minimo – passo verso il riavvicinamento della gente alla politica, ormai priva di punti di riferimento. E’ ovvio che senza queste operazioni (complesse, sì, ma necessarie) avremo una maggior recrudescenza degli estremismi e, a livello elettorale, il M5S rappresenterà per la gente l’unica valida alternativa alla sinistra, che di “sinistra” non ha più nemmeno il colore. E allora che si faccia questo gesto di coraggio: si crei un nuovo soggetto politico, con facce nuove e competenze valide, e si prenda anche qualche anno per discutere e analizzare la realtà, non si faccia il solito errore di correre subito alle elezioni, perché sennò torneremo di nuovo all’orrida cosa.

4 pensieri riguardo “Da Occhetto a Pisapia: la Cosa ritorna.

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